Siem Reap e Angkor

A Siem Reap arriviamo di sera, e, senza sapere da che parte siamo girati, la strada è subito nostra.

L’hotel è su uno stradone percorso solo da macchine, perciò appena possiamo ci buttiamo in una via che porti all’interno per raggiungere il centro. E’ buio. Camminiamo nel silenzio delle vie deserte, cercando dei riferimenti da ricordarci per quando torneremo indietro.

Brancolando quasi alla cieca, quando non capiamo più se abbiamo davvero preso la direzione giusta, la strada comincia a popolarsi e il silenzio si fa vocio. Luci, finalmente.

Ora siamo in mezzo al caos più totale: musica altissima e delirio di persone. I ragazzi ballano mentre passeggiano, tutti hanno un drink in mano, le famiglie si divertono.

Immagine del 21-05-19 alle 17.18In alto, in mezzo a neon colorati, casse per la musica a grandezza uomo, locali a destra e a sinistra e discoballs, aleggia la scritta Pub Street.

Un incrocio tra due vie che diventa una discoteca a cielo aperto. Assordante. Soffocante. Divertente!

Poco lontano, il mercato notturno, e alcune eleganti bottegucce di artigianato locale. Una vera chicca, per me. Scopriamo qui la celebre sciarpa di cotone cambogiana, che nella versione tradizionale si presenta a piccoli scacchi bianchi e blu o bianchi e rossi, ma viene prodotta in mille fantasie diverse. E’ il simbolo nazionale: si chiama Krama e ha veramente un’infinità di funzioni. I cambogiani, uomini e donne, lo utilizzano come bandana, per coprire il viso, come asciugamano, o portabebè, per trasportare pesi, o come semplice accessorio di estetica. Insomma, un bellissimo e utilissimo souvenir!

Dopo questa sorprendente serata, il ritorno si fa nuovamente scuro e silenzioso. Mentre cerchiamo disperatamente di riconoscere, in preda all’incertezza, la strada percorsa all’andata, un uomo anziano in motorino si ferma per offrirci un passaggio. Non lo accettiamo, ma il signore è talmente gentile da darci un grosso aiuto sulla direzione che prenderemo.

Insomma, non ci siamo persi neanche questa volta!

I due giorni successivi, gli ultimi in Cambogia, sono dedicati a lei. Ad Angkor.

Mille volte ho sentito parlare di Angkor Wat: ho sfogliato fotografie, ho cercato informazioni su blog e guide turistiche. In realtà, Angkor Wat è solo un tempio, una minima parte dell’intera città di templi (Angkor) nella città (Siem Reap).

Ci addentriamo in queste strade fatte di terra rossa, che a ogni macchina che passa solleva un polverone rugginoso che sembra di essere in un film del Far West. Diradato il polverone, la vista si apre su di una scenografia mai vista altrove. Scenografia, sì. Perché tutto mi sembra un teatro grande una città, e ogni edificio, ogni tempio, ogni turista, guida, scimmietta, ogni foglia di quelle che se le tocchi si spaventano e si chiudono, ha il suo ruolo nello spettacolo.

La nostra guida è un ometto dagli occhi piccolissimi che parla un italiano al limite della comprensibilità. Lui conosce a menadito ogni pietra, ogni disegno, ogni angolo di Angkor. Accompagna i turisti diverse volte alla settimana, e potrebbe camminare a occhi chiusi sapendo perfettamente dove si trova.

Ogni tempio ha un nome. Impossibile ricordarseli e distinguerli tutti.

Il mio preferito è senza dubbio il Bayon: un susseguirsi di salite e discese, intorno a una moltitudine di giganti volti sorridenti scolpiti nella pietra. Ogni colonna ha un volto su ognuno dei quattro lati, per 54 colonne presenti originariamente. Un totale di 216 sorrisi.

Situato al centro del crocevia dell’antica città di Angkor Thom, il Bayon presenta un sistema di gallerie a tre piani e una serie innumerevole di bassorilievi sulle pareti, che rappresentano scene storiche, mitologiche, o di vita quotidiana. La nostra guida è talmente esperta da suggerirci di scattare una foto da un’angolazione che fa sembrare che il mio naso tocchi quello di un volto di roccia, in un incontro romantico. E subito si forma la coda di turisti per scattare la medesima fotografia.

IMG_1649Immancabile la visita al Ta Prohm, quello più atteso da mio marito, il tempio che fece da sfondo a una bellissima Angelina Jolie nel ruolo di Lara Croft nel film di Tomb Raider. Oggi è pieno di impalcature pronto per la ristrutturazione. Ma mantiene inalterato il suo magnetico fascino del selvaggio, con le sue costruzioni antiche di pietre perfettamente incastrate, sormontate, quasi inghiottite, dalle radici e dai tronchi degli alberi secolari che imperterriti, regali, le sormontano. Quasi a voler precisare che la natura è più forte, più alta, inesorabile, sulla mano dell’uomo.

IMG_1528Ultimo ma non ultimo, Angkor Wat, il simbolo della Cambogia, disegnato persino sulla bandiera nazionale: a pianta rettangolare, con tre torri che svettano su tutto il resto, perfettamente visibili da lontano e inconfondibili. E’ il tempio meglio conservato qui, ecco perché diventa l’emblema dell’intero Paese.

Lo percorriamo, infinito, ammirandone le decorazioni in bassorilievo sulle pareti. La nostra guida conosce a memoria ogni scena, e ce la spiega, ce le racconta, riconoscendo popoli di invasori in battaglia, riti religiosi, animali e scene di vita quotidiana come un banchetto o una signora intenta a fare il bagno.

Visitiamo questi, e molti altri templi, che ci permettono di vivere esperienze uniche, come una passeggiata nella umidissima e affascinante foresta circostante, là dove i turisti non osano arrivare. Camminiamo come isolati dal mondo, immersi nella natura che ogni tanto ci regala delle inaspettate sorprese: un piccolo tempio che sembra sorgere addirittura sopra le radici degli alberi, tenere scimmiette che si arrampicano dappertutto e si scambiano effusioni, rettili che mai più rivedrò in vita mia.

E una scena. Un battesimo. Una famiglia seduta sui gradini di un’abitazione di monaci immersa nella foresta e nascosta ai più, si sottopone alla doccia di purificazione che un monaco, pregando, gli rovescia addosso da un pentolone pieno di acqua santa.

IMG_1574.jpgMi lascio affascinare da un gruppetto di danzatrici in abito tradizionale: colorato, ricco di oro, bracciali, e un copricapo dorato da cui spuntano tre preziosi puntali. Si mettono in posa, si muovono soavi. La fisionomia del loro volto si adatta perfettamente all’abito che portano, come se le ragazze cambogiane nascessero così, con quel meraviglioso costume che conferisce loro un che di mistico, per elevarle a creature mitologiche.

Infine, questo posto meraviglioso mi ha riservato per ultima una perla che non mi aspettavo più di scoprire. I monaci uomini, nella loro tunica arancione, sono per me uno spettacolo carico di emozione. Ma non immaginavo che vedere loro, le monache buddhiste, più uniche che rare, sarebbe stato per me un tuffo al cuore. Alla fine dell’ultima visita all’ultimo tempio, giro l’angolo e me le ritrovo davanti. Creature fiabesche, di bianco vestite, che brillano ai miei occhi di una luce adamantina. Eppure loro se ne stanno lì, tranquille, a chiacchierare come fossero delle persone normali, credendo di passare inosservate.

Grazie Angkor, per i tesori nascosti che mi hai regalato.

 

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