Moshi moshi – Recensione

Partendo dal presupposto che Banana Yoshimoto ha deciso di prendere, per questo libro, un unico evento (la morte del padre/marito)il tutto sarebbe potuto sfociare in un libro noioso che trita e ritrita sempre attorno allo stesso argomento. Lei invece e’ riuscita a cogliere e seguire il percorso di due persone che , dopo il suicidio del padre e marito, si sono a loro volta annientate ma che appoggiandosi l’una all’altra riescono alla fine a trovare una loro dimensione in quel mondo che sembrava non avesse più nulla da offrirgli. Il libro e’ quindi il racconto di come queste due persone hanno ricominciato a vivere, seguendo pero’ percorsi diversi: la madre riscoprendo quella che non e’ potuta essere durante tutta la vita a causa di una condotta austera che si sentiva di dover tenere per compensare l’animo rock e da artista del marito; la figlia, tormentata invece dall’idea di non esser stata abbastanza, di non aver fatto la differenza quando suo padre aveva preso la decisione di morire con un’altra donna, ricerca attraverso il lavoro e la dedizione il significato della sua esistenza. Entrambe pero’, riusciranno ad affrontare il loro futuro solo dopo aver archiviato tutte quelle domande e paure che appartengono ad un passato troppo difficile da dimenticare.

E’ da apprezzare l’atmosfera che Yoshimoto riesce a creare descrivendo i locali e gli ambienti Giapponesi che mano a mano si incontrano, cogliendone la vera essenza e calore che emanano attraverso i sapori dei vari piatti e l’amore per i dettagli.

Nel complesso non si tratta di un libro leggero ma nemmeno troppo impegnativo, da leggere pero’ con la dovuta attenzione in quanto e’ un libro da perdercisi dentro.