Siem Reap e Angkor

A Siem Reap arriviamo di sera, e, senza sapere da che parte siamo girati, la strada è subito nostra.

L’hotel è su uno stradone percorso solo da macchine, perciò appena possiamo ci buttiamo in una via che porti all’interno per raggiungere il centro. E’ buio. Camminiamo nel silenzio delle vie deserte, cercando dei riferimenti da ricordarci per quando torneremo indietro.

Brancolando quasi alla cieca, quando non capiamo più se abbiamo davvero preso la direzione giusta, la strada comincia a popolarsi e il silenzio si fa vocio. Luci, finalmente.

Ora siamo in mezzo al caos più totale: musica altissima e delirio di persone. I ragazzi ballano mentre passeggiano, tutti hanno un drink in mano, le famiglie si divertono.

Immagine del 21-05-19 alle 17.18In alto, in mezzo a neon colorati, casse per la musica a grandezza uomo, locali a destra e a sinistra e discoballs, aleggia la scritta Pub Street.

Un incrocio tra due vie che diventa una discoteca a cielo aperto. Assordante. Soffocante. Divertente!

Poco lontano, il mercato notturno, e alcune eleganti bottegucce di artigianato locale. Una vera chicca, per me. Scopriamo qui la celebre sciarpa di cotone cambogiana, che nella versione tradizionale si presenta a piccoli scacchi bianchi e blu o bianchi e rossi, ma viene prodotta in mille fantasie diverse. E’ il simbolo nazionale: si chiama Krama e ha veramente un’infinità di funzioni. I cambogiani, uomini e donne, lo utilizzano come bandana, per coprire il viso, come asciugamano, o portabebè, per trasportare pesi, o come semplice accessorio di estetica. Insomma, un bellissimo e utilissimo souvenir!

Dopo questa sorprendente serata, il ritorno si fa nuovamente scuro e silenzioso. Mentre cerchiamo disperatamente di riconoscere, in preda all’incertezza, la strada percorsa all’andata, un uomo anziano in motorino si ferma per offrirci un passaggio. Non lo accettiamo, ma il signore è talmente gentile da darci un grosso aiuto sulla direzione che prenderemo.

Insomma, non ci siamo persi neanche questa volta!

I due giorni successivi, gli ultimi in Cambogia, sono dedicati a lei. Ad Angkor.

Mille volte ho sentito parlare di Angkor Wat: ho sfogliato fotografie, ho cercato informazioni su blog e guide turistiche. In realtà, Angkor Wat è solo un tempio, una minima parte dell’intera città di templi (Angkor) nella città (Siem Reap).

Ci addentriamo in queste strade fatte di terra rossa, che a ogni macchina che passa solleva un polverone rugginoso che sembra di essere in un film del Far West. Diradato il polverone, la vista si apre su di una scenografia mai vista altrove. Scenografia, sì. Perché tutto mi sembra un teatro grande una città, e ogni edificio, ogni tempio, ogni turista, guida, scimmietta, ogni foglia di quelle che se le tocchi si spaventano e si chiudono, ha il suo ruolo nello spettacolo.

La nostra guida è un ometto dagli occhi piccolissimi che parla un italiano al limite della comprensibilità. Lui conosce a menadito ogni pietra, ogni disegno, ogni angolo di Angkor. Accompagna i turisti diverse volte alla settimana, e potrebbe camminare a occhi chiusi sapendo perfettamente dove si trova.

Ogni tempio ha un nome. Impossibile ricordarseli e distinguerli tutti.

Il mio preferito è senza dubbio il Bayon: un susseguirsi di salite e discese, intorno a una moltitudine di giganti volti sorridenti scolpiti nella pietra. Ogni colonna ha un volto su ognuno dei quattro lati, per 54 colonne presenti originariamente. Un totale di 216 sorrisi.

Situato al centro del crocevia dell’antica città di Angkor Thom, il Bayon presenta un sistema di gallerie a tre piani e una serie innumerevole di bassorilievi sulle pareti, che rappresentano scene storiche, mitologiche, o di vita quotidiana. La nostra guida è talmente esperta da suggerirci di scattare una foto da un’angolazione che fa sembrare che il mio naso tocchi quello di un volto di roccia, in un incontro romantico. E subito si forma la coda di turisti per scattare la medesima fotografia.

IMG_1649Immancabile la visita al Ta Prohm, quello più atteso da mio marito, il tempio che fece da sfondo a una bellissima Angelina Jolie nel ruolo di Lara Croft nel film di Tomb Raider. Oggi è pieno di impalcature pronto per la ristrutturazione. Ma mantiene inalterato il suo magnetico fascino del selvaggio, con le sue costruzioni antiche di pietre perfettamente incastrate, sormontate, quasi inghiottite, dalle radici e dai tronchi degli alberi secolari che imperterriti, regali, le sormontano. Quasi a voler precisare che la natura è più forte, più alta, inesorabile, sulla mano dell’uomo.

IMG_1528Ultimo ma non ultimo, Angkor Wat, il simbolo della Cambogia, disegnato persino sulla bandiera nazionale: a pianta rettangolare, con tre torri che svettano su tutto il resto, perfettamente visibili da lontano e inconfondibili. E’ il tempio meglio conservato qui, ecco perché diventa l’emblema dell’intero Paese.

Lo percorriamo, infinito, ammirandone le decorazioni in bassorilievo sulle pareti. La nostra guida conosce a memoria ogni scena, e ce la spiega, ce le racconta, riconoscendo popoli di invasori in battaglia, riti religiosi, animali e scene di vita quotidiana come un banchetto o una signora intenta a fare il bagno.

Visitiamo questi, e molti altri templi, che ci permettono di vivere esperienze uniche, come una passeggiata nella umidissima e affascinante foresta circostante, là dove i turisti non osano arrivare. Camminiamo come isolati dal mondo, immersi nella natura che ogni tanto ci regala delle inaspettate sorprese: un piccolo tempio che sembra sorgere addirittura sopra le radici degli alberi, tenere scimmiette che si arrampicano dappertutto e si scambiano effusioni, rettili che mai più rivedrò in vita mia.

E una scena. Un battesimo. Una famiglia seduta sui gradini di un’abitazione di monaci immersa nella foresta e nascosta ai più, si sottopone alla doccia di purificazione che un monaco, pregando, gli rovescia addosso da un pentolone pieno di acqua santa.

IMG_1574.jpgMi lascio affascinare da un gruppetto di danzatrici in abito tradizionale: colorato, ricco di oro, bracciali, e un copricapo dorato da cui spuntano tre preziosi puntali. Si mettono in posa, si muovono soavi. La fisionomia del loro volto si adatta perfettamente all’abito che portano, come se le ragazze cambogiane nascessero così, con quel meraviglioso costume che conferisce loro un che di mistico, per elevarle a creature mitologiche.

Infine, questo posto meraviglioso mi ha riservato per ultima una perla che non mi aspettavo più di scoprire. I monaci uomini, nella loro tunica arancione, sono per me uno spettacolo carico di emozione. Ma non immaginavo che vedere loro, le monache buddhiste, più uniche che rare, sarebbe stato per me un tuffo al cuore. Alla fine dell’ultima visita all’ultimo tempio, giro l’angolo e me le ritrovo davanti. Creature fiabesche, di bianco vestite, che brillano ai miei occhi di una luce adamantina. Eppure loro se ne stanno lì, tranquille, a chiacchierare come fossero delle persone normali, credendo di passare inosservate.

Grazie Angkor, per i tesori nascosti che mi hai regalato.

 

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Phnom Pneh

Alzi la mano chi conosce la storia recente della Cambogia!

Lo ammetto: io prima d’ora non me ne ero interessata. Quello che so, lo scopro dai racconti della nostra guida: un uomo paffutello che suda sotto lo stesso caldo umido che ci accompagna ormai da settimane, e che ridacchia a ogni battuta che lui stesso pronuncia.

Negli anni ’70 viene costituito un partito rurale che prende il nome di Khmer Rossi, capitanato da un uomo che passa alla storia con lo pseudonimo di Pol Pot. La strategia di questo gruppo consiste nella “Purificazione della Cambogia”: tutti gli uomini e le donne che esercitano una professione intellettuale vengono fatti fuori, e così i loro figli, anche bambini. Chi porta gli occhiali (segno di acculturamento), chi non presenta calli alle mani, viene massacrato, per lasciare spazio ai soli contadini e lavoratori manuali. Uniche figure realmente utili secondo la società che si va creando sotto questo sanguinario regime politico.

Risultato: il genocidio porta alla riduzione di un quarto della popolazione cambogiana, con più di un milione e mezzo di esecuzioni.

Gli Khmer Rossi sono sconfitti alla fine degli anni ’70, con una resa totale avvenuta solamente negli anni ’90, quando il regime politico diventa la monarchia che è ancora oggi.

IMG_9205-01-01Dopo aver ammirato le collezioni d’arte khmer all’interno del Museo Nazionale, la mia attenzione viene attirata dal complesso del Palazzo Reale, che ospita ben nove edifici, e che si estende sontuosissimo davanti ai miei occhi. Saliamo le scale per entrare nella sala del trono, ma scopriamo che è in corso l’organizzazione di un evento per la sera stessa, perciò possiamo solamente dare una sbirciata dalle finestre. Non saprei descrivere quello che ho provato alla vista degli interni se non dicendo che ho fatto difficoltà a staccare gli occhi da ciò che stavo guardando: un’opera d’arte dai pavimenti, ai tappeti, alle pareti e gli arredamenti.

Entriamo nella Pagoda d’Argento, che prende il nome dal pavimento rivestito da mattonelle d’argento, comunque coperte dai tappeti che le preservano. All’interno, una serie innumerevole di statue di Buddha: oro, bronzo, smeraldo, e persino una rivestita di centinaia di diamanti. A volte mi stupisco di quanto le persone di questi popoli possano vivere con poco, a un passo da tesori inestimabili come questo.

Passeggiamo nel cortile del complesso, mentre la guida ci invita a guardare con attenzione l’esterno degli edifici, che quasi sempre riporta quattro colori ricorrenti: rosso, giallo, verde, blu. Rispettivamente: buddhismo, la religione principale; induismo, la seconda religione, e quella più diffusa anticamente in Cambogia; natura, di cui il Paese è ricco; regalità, tanto è vero che il blu è inteso proprio come colore del re, presente in ogni cosa che lo riguardi.

Parlando di colori, la conversazione passa a un altro argomento: il matrimonio khmer tradizionale viene celebrato secondo quattro riti diversi, e dura una intera settimana, che vede il cambio di sette abiti, per i sette giorni di festeggiamenti, e la partecipazione di interi villaggi, per un totale di centinaia e centinaia di persone coinvolte e tonnellate di cibo consumato.

Ancora piacevolmente sconvolta e affascinata per i racconti del rito khmer, mi dirigo verso gli stupa dei membri della famiglia reale: altissimi, bianchissimi, e intagliati dal fondo alla cima, fino all’altissimo puntale d’oro.

Lasciandoci alle spalle queste opere di bellezza e valore ineguagliabile, passiamo per una boutique di artigianato locale: certo, le materie prime sono sempre le medesime (seta, ceramica, argento) ma l’eleganza e la raffinatezza che si notano, finora erano mancate in questo viaggio.

IMG_9310-01Facciamo una sosta in albergo, dove la nostra camera di trova a un piano abbastanza elevato da scattare fotografie dall’alto. L’affaccio: una suggestiva abitazione privata, che non brilla certo per ricchezza, ma che mi incanta tanto da rimanere qualche minuto a guardare l’uomo che la abita, intento nelle sue attività quotidiane. Poco più in là, un mercato coperto da fittissime tende verdi, che viste da questa altezza fanno pensare a un lago tappezzato di foglie di ninfea.

Usciamo per una passeggiata sul lungofiume: ampio, aperto, luogo di ritrovo per le persone del posto, e di relax per me, che mi siedo volentieri sul muretto che separa la strada dal fiume, per godermi il panorama: il tramonto, che lascia dietro di sé un’atmosfera soffusa, puntinata di luci nelle finestre, nei negozi e sui motorini che sfrecciano; lo skyline su cui si stagliano diversi grattacieli, destinati ad aumentare, simbolo del progresso cui la Cambogia sta inesorabilmente tendendo.

Prima di rientrare per la cena, ci immergiamo nel mercato notturno non molto distante dall’hotel. Nonostante la guida ci abbia messi in guardia sulla possibilità di essere scippati, raccomandandosi di non portarsi dietro niente che attirasse l’attenzione, io tengo la macchina fotografica al collo, anche all’interno del mercato. Tutto procede tranquillo: facciamo un giro tra le bancarelle, senza in realtà acquistare nulla, e ci dirigiamo verso l’albergo.

IMG_9475-01La cena si svolge nel roof restaurant. Ora, all’aria aperta e con un panorama a 360 gradi ad aspettarmi, quasi non mi riesce di stare seduta e attendere la fine del pasto. La vista che mi trovo davanti, al di là della piscina dell’albergo, è un’armoniosa fusione tra gli edifici classici, dai tetti rossi, tra cui il Palazzo Reale, davanti, e il grigio degli altissimi e modernissimi grattacieli sullo sfondo, su cui addirittura brillano luci psichedeliche di pubblicità di chissà quale brand globale.

La Cambogia non è certamente solo questo. Ma atterrare su un suolo moderno e perfettamente integrato nel mondo contemporaneo, pur mantenendo vive le tradizioni locali, quale è quello di Phnom Penh, lascia di stucco.

Pronti per avventurarci nel cuore del Paese, ciò che vedremo domani è tutt’altra storia.

 

 

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Delta del Mekong

Potrei fornire informazioni geografiche e politiche sul Mekong, invece quello che voglio raccontare è cosa rappresenta per la gente questo fiume.
Siamo a Cai Be, quando un uomo ci porge il braccio per aiutarci a salire su un’instabile barchetta con delle sedie come sedili, attraccata in mezzo alle alghe, che lascia la terraferma grazie alla spinta che il timoniere esercita sulle barche vicine per allontanarsi.
Acceso il motore, prendiamo il largo.
IMG_8069Subito si nota un certo movimento: barche che vanno e vengono, alcune lente altre velocissime, verso quello che sembra un luogo di smercio di prodotti alimentari. Alcune sono ferme in mezzo al fiume: si tratta del mercato galleggiante!
Felicissima, scatto una foto dietro l’altra! C’è qualcosa di magico nel rapporto che queste persone hanno con l’acqua, che mi affascina al punto che resterei a guardarle per ore con la bocca aperta e gli occhi ipnotizzati.
La guida dice qualcosa in vietnamita al timoniere, e la nostra barca si avvicina a un’altra, su cui un uomo e una donna sbucciano e tagliano ogni sorta di frutta tropicale: è la merenda per noi. Allora ci facciamo strada in mezzo ai frutti e ci sediamo sulla panchina a bordo per gustarci lo spuntino preparato dalla signora. frutta del MekongLa guida ci illustra i nomi di quello che stiamo mangiando: ananas, papaya, mango, banana (loro hanno quelle piccoline), cocco fresco, cocco d’acqua, rambutan, dragon fruit, langsat, litchi. Inutile dirlo: tutto squisito!
IMG_8440-01Osservo la signora. Si muove sulla barca come un animale nel suo habitat, usa ascia e coltello per preparare la frutta come fossero prolungamenti delle braccia. Incurante della sua abbronzatura, disdicevole in Vietnam perché tratto distintivo di chi lavora in campagna, i dolcissimi lineamenti del suo viso contrastano con la bruttezza dei suoi piedi, quasi scimmieschi, che si direbbe non abbiano mai visto un paio di scarpe.
La navigazione continua lenta tra le abitazioni affacciate sul fiume: piccolissime case, palafitte per lo più, rifinite in lamiera con davanti parcheggiata quasi sempre una barca e un’accozzaglia di altre cose tutte colorate e in disordine, a creare un’atmosfera informale e un po’ malinconica. Balconcini, panni stesi, bambini che saltano, famiglie che discutono. Una donna lava degli abiti nelle acque marroni del Mekong, un’altra, in costume cappello e pareo, bagna le gambe. Il silenzio e la pace sono interrotti solo dal rumore delle velocissime barche a motore che trasportano frutta o pesce.
IMG_8564-01A un certo punto il corso del fiume si restringe e passa sotto ponti troppo bassi per la nostra barca. A speranze di continuare quasi perse, una signora vestita di azzurro con in testa il classico cappello vietnamita, si offre di farci salire sulla sua mini scialuppa e ci scarrozza per un tratto di Mekong ancora più tranquillo. Qui solo acqua e vegetazione: qualche casa in lamiera qua e là, oltre le piante, e una barchetta ogni tanto che incrocia la nostra. Un relax migliore di tutte le terme del mondo.
Fonte di sostentamento, necessità igienica, via di comunicazione, quotidianità.
Famiglia. Casa. Vita.
Ecco che cosa rappresenta il Mekong.

 

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Saigon

Non so quanto l’ho cercata! La chiave per comprendere questo popolo così enigmatico.

Prima di giungere a Saigon, facciamo tappa nella località di Cu Chi, poco lontano dalla città. Qui è stata allestita una mostra a cielo aperto sulla Guerra in Vietnam; è questa la foresta in cui i Viet Cong si nascondevano dagli americani: tra gli alberi e nella città sotterranea che costruirono con cura e sagace ingegno.

Un cartello ci illustra il sistema di cunicoli sotterranei: 250 chilometri di gallerie a due o, a volte, tre piani interrati. I corridoi sono interrotti da stanze vere e proprie, allestite a magazzini, dormitori, armerie, infermerie, posti di comando, e cucine con tanto di sistema di aerazione e fuoriuscita del fumo, invisibile dall’esterno; qua e là spazi allestiti con originalissime trappole, nel caso in cui gli americani fossero riusciti a entrare. Il tutto rimasto inviolato sotto i potenti bombardamenti sferrati dalle truppe americane negli anni.

A ogni nostro sospiro di stupore di fronte alla genialità di certe invenzioni, la risposta della nostra guida è “Dovevano scegliere tra la vita e la morte”. Come darle torto?

I vietnamiti hanno dovuto combattere questa guerra con l’astuzia, non avendo a disposizione mezzi evoluti come quelli dei loro nemici: disinnescavano bombe inesplose per riutilizzarne il meccanismo, costruivano trappole mortali che funzionavano da vere e proprie torture, combattevano da ogni parte con le armi a loro disposizione (uomini e donne, indistintamente).

Ecco cosa intendo quando dico che ho trovato la chiave di comprensione di questo popolo: le scarse condizioni igieniche in cui ancora oggi versano, la scortesia, l’ineducazione e l’abitudine a mangiare tutto ciò che si muove. Sono tutti retaggi delle condizioni in cui hanno vissuto pochi, pochissimi decenni fa. Sottoterra. A contatto con il terreno e con qualsiasi forma animale. Più arrabbiati e cattivi che mai per combattere contro i nemici. E vincerli.

I Paesi circostanti provano antipatia per i vietnamiti, ma in realtà quello che li muove è il timore. Timore, perché il popolo vietnamita ha sconfitto un nemico potente come l’America. Tutto da solo.

Ora: non sono sicura che un luogo come Cu Chi, allestito su misura per il turista, sia tanto gradevole per me. Non ho mai amato la spettacolarizzazione delle tragedie, e così il Vietnam ha trovato il modo di specularci. Ma è pur vero che questo luogo va visto. Un’esperienza del genere ti cambia la prospettiva e ti apre gli occhi.

E allora sì, dopo quasi una settimana in Vietnam, non sopporto più i clacson per la strada, il caos, le persone che non sanno tenersi le scarpe e che si toccano continuamente i piedi nudi e sporchi, che non accennano un sorriso neanche a pagarlo. Ma voglio smettere di giudicarle, queste persone. Voglio provare a comprenderle sulla base del loro recente passato. E allora chiudo gli occhi, tappo le orecchie, e smetto di respirare. Ma non vedo l’ora di essere fuori di qui.

SaigonSaigon, è tutta un’altra cosa. Nel centro, Saigon è una città contemporanea, occidentale, normale.

Andiamo a vedere la zona costruita dai colonizzatori francesi: la chiesa di Notre Dame con la statua della Madonna nella piazza antistante, e, vicinissimo, l’imponente ufficio postale progettato niente meno che da Gustave Eiffel. Sì, l’architetto che ha dato il nome alla celeberrima torre parigina. Proprio lui.

Ci fermiamo a prendere un tè. Mi rilasso. Ancora non so che tra pochissimo attraverserò un paradiso. Quando riprendiamo la passeggiata è buio. Ignoro la pioggia che cade imperterrita, dimentico il traffico cittadino, i motorini, l’inquinamento acustico e ambientale. Quella che stiamo percorrendo è la via delle librerie: una passeggiata pedonale ordinata e pulita. Davanti a me candide statue eleganti. Attorno a me libri. Libri e ancora libri. Il mio habitat!

Il silenzio che si respira fa dimenticare di essere in città, la carta stampata mi dona tranquillità e mi regala sensazioni positive. E i caffè tra una libreria e l’altra sono la ciliegina sulla torta. Un’oasi per me.

L’ultimo giro a piedi prima della cena è nel cuore della città: piazze enormi, grattacieli illuminati e colorati. Quasi sembra di stare a Times Square! E poi la via delle firme: gli Champs Elisée di Saigon. Fino a raggiungere Piazza Ho Chi Minh: grande, imponente, su cui primeggia, davanti alla Town Hall, una bellissima statua dell’uomo politico più amato in tutto il Vietnam, a cui è stata intitolata l’intera città. Sì, perché il secondo nome di Saigon è Ho Chi Minh City, e l’ammirazione per il personaggio storico si percepisce a ogni angolo.

La mattina successiva accade qualcosa che non mi aspetto. L’idea di Ho Chi Minh City come città completamente occidentalizzata mi crolla sulla testa come una pera che cade dall’albero. Siamo a China Town, dove visitiamo il Thien Hau, l’orientalissimo tempio dedicato alla Dama Celeste protettrice di mercanti e marinai, il più celebrato dalla comunità cantonese; e il mercato cinese: c’è qualcosa di paradossale nella fittissima rete di cubicoli stretti forse un metro quadrato di ammasso di cianfrusaglie in vendita, su cui i commercianti stanno seduti a gambe incrociate a fare i conti. Inutile dirlo: i pochi centrimetri di passaggio tra i cubicoli sono occupati dagli scatoloni  di merce a terra e dalle altre persone che spintonano per camminare.

Attendiamo l’autista sotto il sole cocente, giusto il tempo di osservare la frenesia della gente che compra al mercato, i negozi allestiti di rosso e dragoni in attesa di chissà quale festività del calendario cinese, un poliziotto brizzolato in ciabatte e volto accigliato che sorveglia pigramente la strada con una sigaretta in mano.

L’auto arriva, ci fa salire a bordo e si fa strada tra i motorini per lasciare la città.

 

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Huè e la Città Imperiale

Huè e la Città Imperiale

Finora tutto mi è parso normale.
Certo, l’ho notato: qui la civilizzazione è scarsa, e le persone hanno un atteggiamento poco amichevole. Ma nei loro occhi non l’avevo ancora vista. La guerra.
Parli con la guida, parli con le persone, vorresti saperne di più: in fondo, loro sono i bambini di allora, o i figli di chi l’ha vissuta. Ma non osi, non sai se toccare l’argomento, non sai se è un tabù.

E invece no. La nostra guida è una donna molto informata: ha studiato, ha viaggiato per capire davvero la storia del Vietnam. Parla molto bene l’italiano, ha sposato un siciliano. E parla, parla, parla: gli spostamenti in auto sono fiumi di parole sulla storia del Paese, sulla Cina, a cui in fondo il Vietnam deve cultura tradizioni e molto altro, e poi la guerra con gli americani, e la situazione politica attuale.

Non sono brava a parlare di politica, né a capirla, ma proverò a spiegare la situazione.

In Vietnam c’è il partito unico comunista, ma i cittadini vorrebbero la democrazia, vorrebbero sentirsi più liberi. Secondo la nostra guida, però, i vietnamiti non sono pronti ad autogestirsi: il Paese è indipendente da poche decine di anni, dalla vittoria sugli americani; prima di allora è sempre stato sotto il dominio di qualche altra potenza estera: la Cina, la Francia, l’America.

La guida dice un sacco di cose, ci mostra la cartina, racconta del passato: sa di poter parlare liberamente con noi, turisti solo per pochi giorni, ma sa anche perfettamente che certe cose non potrebbe dirle, che davanti al partito comunista è vietato scavare nel passato, reperire informazioni diverse da quelle divulgate, pensarla in maniera differente.

Cosa è successo al centro del Paese durante la famosa Guerra in Vietnam, proverò a descriverlo in parole povere.

Il governo fantoccio filoamericano aveva disposto che gli americani stabilissero il proprio quartier generale nel sud del Paese; di contro, i vietnamiti avrebbero occupato il settentrione. Ma i Viet Cong, i patrioti della resistenza armata vietnamita, non rimasero a guardare: cercarono di attraversare il Paese da nord a sud per raggiungere i nemici e attaccare. Gli americani, per impedire il passaggio dei Viet Cong, reagirono bombardando tutto il Vietnam centrale, con il risultato che intere città andarono distrutte.

Huè, antica capitale e custode della Città Imperiale, non fu certo risparmiata.

Al suo interno, la città di Huè contiene la Cittadella, un’area molto squadrata, delimitata da mura e formata da viali alberati, che donano una sensazione di armonia, e che, contenendo un traffico scarno e ordinato (ma siamo davvero in Vietnam?!) sono tutti da percorrere in una piacevolissima passeggiata a piedi.

Della Città Imperiale, attorniata da mura interrotte solo da una porta di ingresso per ognuno dei quattro lati, rimane ben poco, dopo i bombardamenti degli americani. Entri, e ti trovi a dover fare i conti con una commistione tra l’antico, con i pochi edifici rimasti originali, e il nuovo, che esiste grazie al moderno restauro, e grazie alla grande voglia di riscattarsi che solo un popolo come questo sa dimostrare.

Al suo interno, la Città Imperiale accoglie la Città Purpurea, altrimenti detta Città Proibita, frequentata dal solo imperatore e dalle sue mogli e concubine. Anch’essa presenta numerosi danni subiti durante la guerra.

Insomma, tra edifici ridotti a resti, costruzioni visibilmente ristrutturate, e altre coperte da teli, in attesa di essere rimesse a nuovo, si respira tutta la grandiosità di questa città, un senso di reverenziale rispetto, e l’importanza religiosa e culturale del luogo. Qui sono custodite le urne dedicate ai nove imperatori che si sono susseguiti, che silenziosamente ne raccontano la storia.

L’intento dei vietnamiti è quello di ricostruire interamente la Città Imperiale. A testa alta. Con orgoglio.

Usciti dalle mura, è stato organizzato per noi un divertentissimo giro in cyclò, all’esterno della Cittadella. Saliamo su queste biciclette che hanno un sedile monoposto davanti, e si parte alla scoperta della città. Un modo veramente carino e singolare di completare la visita!

Non mi sono sentita a mio agio, invece, al mercato coperto: un susseguirsi di banchetti addossati uno all’altro, pieni di cianfrusaglie al punto da lasciare veramente poco spazio per camminare. Persone, tantissime. Gridano, spintonano. Fortissimi odori di roba da mangiare. Condizioni igieniche discutibili. Rischio di perdersi nei meandri del mercato: altissimo. Questo posto comincia a starmi stretto. Riprendo a respirare solo una volta uscita da lì.

E’ incredibile come una sensazione negativa lasci che tutte quelle positive, provate durante la giornata, si affievoliscano inesorabilmente.

Ma per fortuna la giornata non finisce qui. C’è ancora il tempo per una passeggiata libera, mio marito e io, mano nella mano, nella parte recente di Huè, che oggi è una città moderna di bell’aspetto. Piena di locali moderni in stile irish pub, o underground, con musica ad alto volume che si sente dall’esterno e ragazzi di ogni etnia che parlano ogni sorta di lingua per la strada. Per un attimo, quasi dimentico di essere in Asia.

Una camminata sul Fiume dei Profumi, il coloratissimo tramonto che si riflette sullo specchio d’acqua, mi rimettono al mondo.

La mia anima torna in pace con se stessa.

E domani è un altro giorno.

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Hoi An

Riordino i pensieri, e cerco le parole per descriverla. Non voglio tralasciare nulla.

Hoi An: la Città delle Lanterne.

Lei non è solo questo: lei è un milione di cose, un milione di colori, un milione di sensazioni che restano sulla pelle.

Abbiamo la fortuna di avere l’hotel a pochi passi dal quartiere antico, perciò la nostra passeggiata comincia dall’inizio. Costeggiamo il fiume, che alle nostre spalle scorre beato, aperto, indisturbato; davanti a noi spacca in due la città.

Passiamo sotto un arco che ci dà il benvenuto, e siamo già dentro. Alla nostra destra il fiume, dal quale sorgono statue colorate di dragoni e altri animali fantastici; alla nostra sinistra il ponte giapponese: costruito per collegare il quartiere giapponese con quello cinese, cinque secoli fa, quando Hoi An giocava un ruolo importantissimo nel commercio asiatico. E’ tutto di legno, al chiuso, e ha un piccolo tempio per le preghiere all’interno. All’ingresso e all’uscita due statue: un cane e una scimmia, per ricordare anno di inizio e fine costruzione secondo il calendario cinese.

Percorriamo una parte della via principale nel cuore della città: le persone non sono tante a quest’ora, ma ognuna di esse ha qualcosa da fare. Una signora raccoglie erbe sulla riva del fiume, le botteghe sono già aperte, delle donne trasportano roba in bicicletta o sulle spalle, sul ponte una coppia di sposi vestiti di rosso si scambia effusioni davanti all’obiettivo.

Immagine del 07-04-19 alle 19.02Le lanterne sono dappertutto, e tingono di mille colori questa giornata dal cielo grigio e triste. Scendono dai balconi, abbondano nelle botteghe, giocano con i colori appese ai fili tra un palazzo e l’altro nella via. Mentre attraverso questo spettacolo unico nel suo genere, la mia attenzione finisce su un ragazzino, poco più che bambino, che lavora a capo chino su un banchetto minuscolo. La guida mi scopre incuriosita, e mi spinge ad avvicinarmi. Il ragazzino sta scolpendo una striscia d’argento che andrà a decorare una teiera.

Qui tutti si lasciano guardare mentre lavorano, si lasciano scattare fotografie.

Entro nel negozietto e mi trovo davanti un paradiso: dentro, altri due ragazzi stanno lavorando dei gioielli, tutto intorno manufatti in argento di ogni sorta.

Esco dalla bottega, ma solo perché non posso rimanerci tutto il giorno! E poi perché so che di fuori mi aspetta un altro spettacolo degno di essere guardato e vissuto.

Camminando (inutile dirlo, col naso all’insù), ci fermiamo a visitare la vecchia casa di un ricco commerciante di seta, adibita a museo. E’ piccola, di legno, con mobili originali finemente decorati, e molte cianfrusaglie di famiglia: la parte che preferisco è il cortiletto, con piante rampicanti lungo il muro e un pozzetto che lo trasforma in uno dei miei luoghi del cuore, di quelli in cui mi basterebbe una poltrona, un tè e un buon libro per estraniarmi dal resto del mondo.

Adoro passeggiare per le vie della città: molti sono i negozi di manifatture locali, alcuni hanno esposte tante di quelle lanterne che dall’alto arrivano fino a terra, lasciano giusto lo spazio per entrare: sono di seta, tinta unita o dipinte a mano, di forme diverse e di ogni dimensione. E poi le gallerie d’arte: quadri esposti, dipinti, stampe. Raffigurano persone con il classico cappello vietnamita, ragazze con l’abito bianco e lungo, divisa del liceo; lanterne luci colori, scene di vita quotidiana; sul fiume, in mezzo alla risaie. Ecco, se dovessi categorizzare Hoi An, sì, la metterei tra le opere d’arte.

Passiamo in una stradina stretta, resa più stretta ancora dai motorini parcheggiati, e dalle assi di legno di qualche lavoro in corso. Entriamo in un cancello: stiamo andando a visitare una fabbrica di seta!

Qui ognuno ha il proprio ruolo nella catena di lavoro: un signore seduto con una gamba sull’altra, senza scarpe, monta svogliatamente le strutture di legno delle lanterne abbozzando un sorriso; un paio di persone si occupano dell’allevamento di bachi da seta che si ammassano su un reticolo, un macchinario di legno tira i fili dai bachi immersi nell’acqua, e un altro avvolge il filo in bobine; infine arriva il telaio a mano per tessere le trame del tessuto, e la bottega delle stoffe già pronte dove si confezionano abiti su misura. In un’enorme area chiusa, un po’ più in là, si susseguono una quantità infinita di banchi su cui lavorano altrettante ragazze, che ricamano la seta con immagini talmente realistiche da sembrare fotografie. Diventeranno dei quadri dai prezzi esorbitanti.

Mi sono innamorata di questa città nelle condizioni più avverse: in un giorno uggioso, di quelli che ti fanno vedere il mondo con una lente grigia. Come un amore appena sbocciato tra due persone che si conoscono appena. Eppure, non lo sapevo, ma non avevo ancora visto niente.

Quando scende la sera, il fiume sembra nero come la notte, ma sulla sua superficie brillano centinaia di candele colorate. Prepariamo il cavalletto per scattare foto al buio, aguzziamo la vista, e…decine di barchette illuminate solo da una piccola lanterna ospitano donne, uomini, famiglie, che godendosi il panorama che hanno intorno, adagiano le candele sul pelo dell’acqua. Se non è una storia d’amore questa!

Abbiamo un’oretta di tempo per continuare la passeggiata prima di andare a cena. Mi affretto: torno al negozio di argenti, torno alla fabbrica di seta, voglio percorrere vie sconosciute, voglio setacciare il cuore della città, voglio perdermi qui!

Le mille…ma che dico? Le diecimila lanterne che accendono Hoi An tolgono il fiato, ti fanno sospirare, e ti fanno immaginare di vivere qui, come se tutto questo fosse casa tua, come se ogni ogni giorno potessi uscire di casa e sapere che fuori dalla porta ti aspetta lo spettacolo.

Il tempo non è stato clemente, e nel giro di pochissimo comincia a cadere una pioggia fortissima: i capelli si bagnano, le strade si allagano, ma loro rimangono lì, accese, colorate, imperterrite, a decorare quell’opera d’arte.

Penso che sono stata proprio sfortunata: proprio qui, proprio nel posto in cui non vedevo l’ora di essere, proprio nella tappa più importante per me di tutto il viaggio, una pioggia così, che rovina tutto. E allora la mia testa…no, la mia pancia! mi suggerisce che se il destino ha voluto che io questa città la vedessi con la pioggia, dovrei sforzarmi di trovare degli aspetti positivi. Inventarmene, se necessario.

Allora comincio a ballare sotto la pioggia, a non abbassare la testa, mi lascio bagnare i capelli, inzuppo i piedi nell’acqua.

Le lanterne! Se prima erano diecimila, ora si riflettono nelle pozzanghere, e sono diventate ventimila!

In più, il cattivo tempo ha fatto sì che la maggior parte delle persone si rintanassero al chiuso, perciò ora l’opera d’arte, doppia, è tutta per me.

Impazzisco di gioia e scatto fotografie all’impazzata.

Alle luci, ai riflessi, alle gocce. Al silenzio.

Giuro. La amo.

 

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Baia di HaLong

Palme tutto intorno, e statue di delfini. Sembra di essere in California!

Ci avviciniamo al molo per gli imbarchi, scarichiamo le valigie, ed entriamo nella sala apparecchiata per il pranzo della nave che ci porterà in crociera sulla Baia di HaLong per due giorni. Sulla barca con noi, un’enorme comitiva di malesiani, un gruppetto multietnico di ragazzi giovani, dei tedeschi che abbiamo già incontrato in Laos. Dopo le indicazioni per l’assegnazione delle cabine e per la prossima escursione, il personale di bordo si dà da fare per servire il pranzo a molte persone in uno spazio parecchio ristretto. Esco per scattare qualche fotografia alla città in lontananza: un’alternanza di edifici bassi e grattacieli, dietro alla foschia. Siamo fortunati: la giornata è splendida, il sole spacca le pietre, mentre di solito qui regna la nebbia. Anche se credo che non mi sarebbe dispiaciuto vedere la baia ammantata da bianco mistero.

Cominciamo ad allontanarci dal porto, e subito ci ritroviamo circondati da centinaia di faraglioni di ogni forma e dimensione: il panorama è davvero suggestivo e molto molto rilassante. La stagione non è alta, perciò le barche in mare non sono moltissime. Dopo il pranzo passiamo per la cabina: la nostra ha il balcone! Devo cambiarmi per l’escursione, ma giuro che rimarrei su questa brandina al sole a godermi il vento tra i capelli, il silenzio e la pace dei sensi che questa vista mi trasmette. I faraglioni, o piccole isole, che sorgono dalle azzurrissime acque del mare, sono color della roccia. Sulla maggior parte di essi, è cresciuta della vegetazione bassa e irregolare: sembrano tante testoline piene di ricci!

Scendiamo dalla nave per salire su un’imbarcazione più piccola, che ci porta su una piattaforma. Qui c’è un allevamento di ostriche per le perle. Mentre gli altri ascoltano con attenzione la guida che racconta il processo di produzione di una perla, noi facciamo un giro veloce e saltiamo sul primo kayak a disposizione! Io e mio marito bisticciamo per trovare la coordinazione delle due pagaie. Alla fine, con calma e pazienza, troviamo il giusto ritmo che ci porterà all’ombra del faraglione più vicino. Il sole, non più tanto alto, riflette i suoi raggi caldi sull’acqua; le impercettibili onde mi cullano; le barche azzurre e arancioni in lontananza, di quelle che finora avevo visto solo nelle foto della Thailandia su Instagram, mi regalano la sensazione di essere entrata in un mondo che prima avevo solo immaginato. Mi rilasso e respiro a pieni polmoni il profumo del mare. Ogni tanto un altro kayak ci taglia la strada in velocità, e mi fa tornare alla realtà.

Quando risaliamo sulla piattaforma, mi imbatto in una macchia coloratissima di canoe arcobaleno. Sullo sfondo, le piccole isole: quelle davanti sono più nitide e chiare, quelle dietro sembrano più piccole, e man mano che si allontanano, sempre più scure e appannate dalla foschia marina.

La seconda escursione prevede la visita all’isola di Ti Toc, un ufficiale russo a cui questo posto è stato dedicato. Una dozzina di minuti e qualche centinaia di scalini dopo, siamo sulla cima dell’isola ad ammirare increduli il tramonto sull’intera baia. Rimarrei qui per sempre. Ed effettivamente, aspettiamo che la gran parte delle persone comincino a scendere, fino a goderci quel paradiso quasi da soli, mio marito e io. Aspettiamo fino a che la palla rossa, in pochissimi secondi, scompare completamente, fagocitata dall’orizzonte.

Torniamo sulla nostra nave per la sera, ma in realtà la giornata non è ancora giunta al termine. Prima di gustare un romantico aperitivo al buio sul ponte della barca, gli ospiti sono invitati al corso di cucina a cielo aperto. Stasera: involtini primavera! Immortalo mio marito nelle vesti di chef orientale, e lo porto con me a sorseggiare un dolcissimo mojito mentre guardiamo il mare di notte.

Dopo cena, voglio andare a godermi il nostro balcone, così mi armo di libro e mi metto comoda sul lettino all’aperto. Il senso di tranquillità che provo in questo momento, e il vocìo degli altri passeggeri al piano superiore, mi conciliano il sonno tanto da farmi addormentare lì, sotto le stelle, in mezzo al mare, lontano dalla vita reale.

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Il giorno successivo si apre con un’altra uscita: stavolta andremo a vedere la grotta Hang Sung Sot. Umidità e suolo scivoloso fanno da padroni, ma è un fastidio ampiamente ripagato dal paesaggio che ci troviamo davanti. Un paesaggio lunare, quasi fantascientifico. Cupole, cave, corridoi, là dove stalattiti e stalagmiti si incontrano. Il calcare in alcuni punti ha formato delle grezze sculture nella roccia, che ricordano ora un leone, ora un elefante, ora un cuore, o due persone che si baciano. A ogni passo, a ogni spazio che attraverso, devo trattenere, per non sembrare pazza tra la gente, un’esclamazione di stupore e meraviglia. Il nome del luogo in italiano è “grotta della sorpresa”, e, con vera sorpresa, ha superato ogni mia aspettativa.

La baia di HaLong era una delle immagini che mi aveva portato a scegliere il Vietnam come meta per questo viaggio, ed effettivamente, tra panorami mozzafiato e sensazioni tra le più positive, questo posto mi ha fatta sentire perfettamente in pace con la natura e con me stessa. Insomma, Baia di HaLong promossa a pieni voti!

 

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Vietnam – Hanoi

Quando arriviamo ad Hanoi è ormai sera. Dall’aeroporto al centro della città è un bel pezzo, e un’eternità il tempo per percorrerlo. Passiamo sotto agli archi triangolari del ponte giapponese, che sono illuminati e cambiano colore. Ben presto mi rendo conto che non è la distanza la causa dell’ora e mezza che ci impieghiamo per raggiungere l’hotel, ma il traffico. Centinaia di auto in coda affollano disordinatamente le corsie, che sono tre, o forse quattro. Non capisco, perché nessuno occupa il suo posto, tutti cercano di sovrastare gli altri. La città è frenetica, e, dopo essermi abituata alla pace e al rispetto delle regole in Laos, per me è uno schiaffo in faccia.

Visto che è fine settimana, dopo cena decidiamo di uscire a piedi per immergerci nella movida vietnamita. La città vanta alcuni laghi al suo interno, e noi ne abbiamo uno a 20 minuti di cammino dall’albergo. Mentre passeggiamo, ci è impossibile non notare la marea di motorini che sfrecciano per le strade.

Dobbiamo attraversare. Scendiamo dal marciapiede, sicuri della precedenza concessa dal semaforo verde, ma all’improvviso qualcosa di inaspettato. I motorini non si fermano neanche al semaforo rosso! Sfrecciano, ti schivano, ti tagliano la strada, suonano il clacson. Non vedo l’ora di essere al parco del lago, chiuso al traffico, dove ci saranno solo persone a piedi. Ma quando arriviamo, subito siamo investiti da migliaia di persone, che passano, ti spintonano, ti pestano i piedi, ti prendono a spallate per passare.

Ok, forse sono solo stanca, forse mi devo solo abituare a questa frenesia, forse ho solo bisogno di dormire e rimandare a domani i buoni propositi.

Siamo al lago, e, mentre mio marito esplora le funzioni della macchina fotografica, io mi siedo su uno sgabello minuscolo che individuo sulla riva. Sto lì appena qualche secondo, prima che una signora mi faccia alzare: sta vendendo dell’indecifrabile roba da mangiare, che prende da un contenitore di bambù, e io ho inadeguatamente occupato uno sgabello del suo raffinatissimo bar improvvisato sul pavimento.

Nonostante la mia pace interiore vacilli, penso che la vista mi piace, la passeggiata anche.

Qui, persone che non si conoscono si mettono in cerchio e giocano a tirarsi un volano con i piedi. Lungo la strada, moltissime postazioni di karaoke. Scopriamo che questo è il principale divertimento dei vietnamiti (la città è piena di gigantesche insegne di karaoke nei locali) perché la discoteca è vietata, così cantare è la loro alternativa.

La giornata successiva si apre con una passeggiata a piedi tra i vicoli della città. Alcuni sono talmente stretti e bui, da dover tenere le luci stradali accese. Passiamo in mezzo ad abitazioni fatiscenti, davanti a minuscoli bar, ingarbugliatissimi fili della corrente, motorini parcheggiati in ogni angolo. E poi mercati: bancarelle dappertutto. Vendono frutta, soprattutto, ma anche carne, pesce, insetti. Spesso sono solo contenitori posati direttamente e terra, e chi vende siede su uno di quegli sgabelli piccolissimi. I mercati mi piacciono: rendono tutto più colorato! Le persone che acquistano arrivano in motorino, fanno le loro richieste senza neanche scendere dalla sella, pagano, e ripartono. Il motorino non lo hanno nemmeno spento.

Nei vicoli, i balconi quasi si toccano, il bucato è steso sulla strada, il sole è coperto con dei teli, e gli avvisi pubblici sono scritti su lavagne tutte scrostate. E c’è sempre qualche signora con il cappello conico, il non la, che passa con un’asta sulla spalla a cui sono appesi due recipienti pieni di merce da vendere. E’ una delle immagini classiche del Vietnam, e mi piace da morire!

Arriviamo sulla via principale: dobbiamo camminare in tre. Per farlo, scendiamo dal marciapiede, in balia dei mezzi che sfrecciano. Sì, perché qui i marciapiedi contengono le radici degli alberi, gli scooter parcheggiati (mille!), e gli sgabelli dei bar, su cui siedono decine e decine di uomini. Le donne, a quest’ora, lavorano.

Sono elettrizzata: stiamo per entrare nel tempio della letteratura! La porta che dà accesso al giardino è bianca, e presenta delle scritte in caratteri cinesi. Il Vietnam è stato sotto il dominio della Cina per un migliaio di anni, e la cultura cinese si respira in ogni cosa. Nella fisionomia delle persone, nelle scritte su templi e pagode, nelle lanterne a ogni angolo della strada, nei simboli, nelle tradizioni. In realtà anche la lingua vietnamita utilizzava gli ideogrammi, prima. Poi i francesi, conquistata l’Indocina alla fine del 1800, trovando quelli orientali troppo difficili, hanno imposto i caratteri occidentali per la scrittura vietnamita, diversificando la pronuncia per lettere uguali con accenti e altri segni.

Il giardino ha un bel prato verde, alberi secolari dai tronchi intrecciati, frutti e fiori coloratissimi, un laghetto con fiori di loto e carpe che nuotano. Nel cortile c’è una scolaresca: tanti bambini con dei fogli in mano, interrogano i turisti. Stanno imparando l’inglese.

Passiamo un’altra porta. Sui gradini un monaco anziano, vestito di marrone, seduto in meditazione, con gli occhi quasi chiusi, si concentra come se attorno a sé nulla stesse accadendo.

All’interno del tempio, sul trono, c’è lui, il guru della filosofia orientale, colui che tutti conoscono e tutti studiano: Confucio. Porta le mani giunte una sull’altra. Le maniche larghe, che scendono morbide dai gomiti, e il cappello che porta in testa, gli conferiscono un’aria sacra. Davanti a lui, vasi, fiori, incenso, e mani di Buddha. La mano di Buddha è un frutto ornamentale, un agrume giallo sbiadito, che ha la forma di dita raccolte, e si utilizza come offerta nei templi. Accanto a Confucio, si trovano i suoi discepoli più dotati, coloro che hanno contribuito a diffondere la sua dottrina nel tempo.

Allora ci accorgiamo che non solo il Buddhismo, ma anche la filosofia, i precetti di buona vita, sono fondamentali, e sacri, per queste persone. Il Confucianesimo, diffuso in Vietnam attraverso il dominio cinese, è la filosofia morale che sta alla base dei rapporti familiari e, in senso più esteso, delle relazioni umane. Detta regole sociali, ed è paragonabile a una religione.

Inoltre, questo tempio è stato sede della prima Università vietnamita, frequentata da studenti di famiglie nobili.

Notiamo la presenza ricorrente di quattro animali, che ritroveremo spesso, e che hanno un significato ben preciso: il dragone simboleggia la forza e il potere, è raffigurato spesso con la bocca aperta e baffi sottilissimi; l’unicorno è la fortuna, e ha una fisionomia completamente diversa dall’unicorno occidentale: ha un muso tondo e la criniera, e un piccolo corno arrotondato sopra la testa; la fenice è il simbolo della bellezza e dell’eleganza femminili; la tartaruga è la longevità.

Tornando con i piedi per terra, passiamo dalla letteratura alla storia: il museo etnologico ci svela i moltissimi gruppi minori che vivono nelle zone del Vietnam, sulle montagne soprattutto. I loro costumi sono colorati, portano delle stoffe sulla testa, e tutti sembrano anziani. Scopriamo l’evoluzione della forma delle abitazioni, i segreti sulla costruzione di strumenti per la pesca, e sulla struttura del non la. L’etnologia e l’antropologia mi hanno sempre affascinata!

E’ il momento di passare, invece, dalla storia alla politica: ci avviciniamo a un edificio enorme tutto bianco e perfettamente squadrato, con davanti un’enorme piazza rettangolare, guardie a ogni angolo. E’ il mausoleo di Ho Chi Minh. All’interno dell’edificio non si può entrare; l’accesso è previsto per i giardini di un’abitazione in cui il presidente ha vissuto per un periodo della sua vita. Il giardino è bello vasto e molto gradevole, con numerosi esemplari vegetali e scoiattoli dalla coda rossa che bene si mimetizzano tra i rami degli alberi.

Alla domanda di mio marito, che chiede se in Vietnam gli scoiattoli si mangiano, la nostra guida risponde con un piuttosto inquietante “qui mangiamo tutto ciò che si muove”. Al momento l’affermazione ci spiazza, suscitando un pelo di ribrezzo. Capiremo più avanti, imparando a conoscere meglio questo Paese e la sua storia, le ragioni della sua coraggiosissima gente.

Camminiamo per un po’ lungo un viale quasi deserto che porta a un accesso negato, godendoci tutto il silenzio che sarà interrotto tra poco dal gruppo di rumorosissimi cinesi, che abbiamo davanti quando giriamo intorno all’abitazione di Ho Chi Minh: una modesta ed elegante palafitta arredata in legno, con oggetti dal gusto un po’ antico.

Non lontano dagli edifici dedicati all’uomo politico più apprezzato in Vietnam, sorge una piccola pagoda costruita su un unico pilastro, e che si trova circondata da un porticato tappezzato di vignette che raccontano azioni di vita quotidiana e relative conseguenze. Ci lasciamo attirare dalle scenette, e cerchiamo di imparare i precetti di retta vita che stanno alla base della società orientale, senza renderci conto del tempo che passa.

Torniamo a immergerci nel centro della città. Avevo visto qualche immagine di un binario della ferrovia nel bel mezzo del caos cittadino, prima di partire: stiamo andando proprio lì!

Appena si raggiunge la stradina su cui è posizionato il binario, si ha la sensazione di essere fuggiti dalla città: niente motorini, niente clacson, nessun venditore all’angolo della strada. La via è stretta, tanto da contenere il binario e forse un paio di metri ai lati. Tutto intorno: case! Sì, sono delle coloratissime abitazioni, e la gente ci vive. Alle 15:20 passa il treno, perciò decidiamo di aspettare i 20 minuti che mancano. Nel frattempo mi perdo a scattare fotografie: una panoramica, il particolare di un murale arcobaleno, la tabella degli orari dipinta sul muro. Una piattaforma con uno scalino su cui sedersi. Su di essa aleggia una scritta, in inglese. Dice che tutti possono ripararsi dal passaggio del treno sul quel gradino: persone di ogni taglia, ogni colore, ogni cultura, ogni religione. Sul pavimento, la scritta “adventure in out there”. Passeggio sul binario, e, come me, altre decine di persone. Si siedono, si mettono in posa, una foto di faccia, una da dietro, una più accattivante. Ritraggo una signora canuta, che cammina sul marciapiede, con un abito lungo verdone a fiori bianchi. Ha una fisionomia fantastica. E’ immersa nei suoi pensieri. Le faccio qualche fotografia, senza farmi vedere.

Mentre tutti siamo ancora affaccendati a scattare a destra e a manca, esce una ragazza dal bar (sì, c’è anche un bar della stazione!) e, gridando, annuncia l’arrivo del treno, ordinando di sgombrare il binario. In lontananza lo avvistiamo, è sempre più vicino. Per non so quanti interminabili secondi le orecchie fischiano, il vento spettina i capelli, il bucato sui piccoli balconi poco lontani dal suolo svolazza: un enorme treno rosso sta sfrecciando alla velocità della luce a un centimetro dal tuo naso!

D’un tratto, la quiete dopo la tempesta. Torna il silenzio. Per un attimo, il fiato resta sospeso, poi il sollievo sul volto di tutti. E il binario, vuoto per pochi attimi, ricomincia a riempirsi di gambe scoperte, zaini in spalla e macchine fotografiche curiose. Pericolo scampato, la vita riprende a scorrere. Assolutamente il mio posto preferito ad Hanoi!

La passeggiata riprende: altri vicoli, altri mille volti, altri colori, altre luci. Il quartiere vecchio è caratterizzato dalla suddivisione delle vie per mestiere: ogni isolato porta il nome della merce che viene lì commerciata, tutto in artigianato rigorosamente locale.

Il tempo di vedere una chiesa cattolica, molto simile a quella di Notre Dame a Parigi, prendere un caffè in una bottega locale, e in un attimo siamo sul Lago della Spada Restituita. Leggenda vuole che il re Le Loi fosse stato aiutato a liberarsi dal dominio cinese, da una spada emersa dall’acqua, e che una tartaruga enorme, una volta ottenuta la vittoria, fosse salita dalle acque per venire a riprenderla. Molto tempo dopo, durante il dominio francese, viene costruita una torre sul minuscolo isolotto al centro del lago, che ora porta il nome di Torre della Tartaruga, e che rappresenta un magnifico esempio di convivenza tra architettura occidentale e orientale.

Un minutino ad ammirare il lago in mezzo alla folla sul Ponte Rosso, e arriva il momento dello spettacolo delle marionette nell’acqua, al teatro proprio qui di fronte.

Molti visi occidentali attorno a me. Prendiamo posto. Le luci della ribalta si accendono illuminando i cantanti e i musicisti ai lati del palco, sommerso d’acqua. I canti sono in lingua vietnamita, incomprensibili, ma il ritmo è piacevole. Lo spettacolo è composto da scenette che hanno al centro personaggi diversi: uomini, donne, dragoni, pesci… Tutte marionette. E tutte sapientemente guidate da sotto l’acqua. L’idea è molto particolare, e veramente interessante. La durata, 45 minuti, troppo lunga. Non capendo i canti, le trame, i dialoghi, dopo un po’ ho rischiato l’assopimento.

Non importa: non potevamo lasciare Hanoi senza averlo visto.

 

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Laos – Luang Prabang

Ecco, su Luang Prabang potrei scrivere un libro…o forse no. Forse farò fatica a trovare le parole, invece…

Per cominciare, l’albergo: un piccolo villaggio di bungalow su due piani, arredati in maniera spartana e incantevole, con un cortile pieno di alberi di frangipane (quel fiore tropicale bianco con l’interno giallo, che finché non lo vedi dal vivo pensi che esista solo nei cartoni animati) e altri strambi esemplari di flora locale. Nel mezzo, uno stagno su cui poggiano soavi, a decine, foglie e fiori di loto, che si aprono la mattina e si chiudono la sera: un vero spettacolo della natura!

Inizia la visita: la nostra nuova guida, una donna di quasi quarant’anni a cui ne avrei dati dieci di meno, ci accompagna in una passeggiata a piedi per la città. Quello che preferisco! Di solito cammino con il naso all’insù per non lasciarmi scappare nemmeno un particolare; per fortuna c’è mio marito: spesso, se non inciampo o non calpesto cose, è grazie a lui, che d’istinto mi spinge come se mi stesse salvando da un pericolosissimo missile in corsa sulla traiettoria del mio naso.

Le strade sono silenziose e quasi deserte; lo stile delle abitazioni che ci circondano lascia trasparire la semplicità delle persone che ci vivono, e per me è amore a prima vista!

Questo Paese ha dei colori spettacolari: dal marroncino del Mekong, il fiume che fa da confine naturale tra Laos e Thailandia; ai tuk tuk arcobaleno che, con i loro sonnolenti autisti, affollano le strade; all’arancio degli abiti dei monaci; al fucsia della buccia del dragon fruit (se non l’avete mai assaggiato, fatelo! E’ inebriante); ai mille colori degli abiti di seta indossati dalle donne laotiane; ai rosso e oro dei templi, che non mancano mai.

Costeggiamo il fiume, e passiamo davanti a dipinti orientali appesi a un filo tra un albero e l’altro, a delicatissimi boutique hotel dai nomi più disparati, a minuscoli baracchini che, nonostante sia primo pomeriggio e nonostante ci sia veramente pochissima gente in giro, grigliano carne e altra roba indecifrabile su uno spiedo.

Il primo tempio che visitiamo è il Vat Xieng Thong: davanti a noi, un edificio dalle pareti color del mattone, ornate da un bellissimo mosaico che raffigura un grande albero, con attorno minuscole scene di vita quotidiana, sempre in mosaico.

In Indocina, un tempio non è mai solo un tempio: è anche tutto ciò che gli sta attorno. Il cortile, piccoli stupa, l’abitazione dei monaci, un trono, all’esterno, su cui siede comodamente almeno un Buddha al riparo di una doratissima e preziosa tettoia, la biblioteca, e altri edifici, tutti finemente decorati.

Mentre camminiamo, la nostra attenzione è attirata da un suono: manca un’ora alla preghiera, perciò i monaci devono riunirsi per pulire i templi e le strade, e farsi la doccia (all’aperto, di fianco ai loro appartamenti), pronti per la preghiera del pomeriggio.

La passeggiata continua: siamo nel quartiere francese. Elegante, ordinato, sofisticato. Le botteghe che si susseguono sulla strada sono in pieno stile parigino, e la scuola che vi si trova è bilingue. Proprio così: i bambini, oltre alla lingua laotiana, studiano il francese, e a me sembra un mondo magico. Il Laos, come il resto dell’Indocina, è stato, in passato, sotto il dominio francese per un centinaio di anni, e per Luang Prabang è stata una benedizione: riqualificazione del territorio e avanzamento tecnologico sono solo alcune delle migliorie che hanno permesso a questa città di diventare quella che è oggi.

Ci fermiamo a visitare un altro tempio, e qui la nostra guida interpella il capo dei monaci: la richiesta è di prendere per la sua famiglia i frutti maturi da un albero nel cortile. Quando il capo monaco arriva (prima di presentarsi, copre la spalla con la veste arancione) mi sembra di entrare in un’altra dimensione: finora ho visto solo monaci bambini e ragazzini, mentre lui è adulto, porta un paio di occhiali da vista, e una cicatrice sul petto. E il peso di tutta la sua esperienza sulle spalle. La testa gli fa male, e ci racconta che la cicatrice se l’è guadagnata con un’operazione delicata. Gli chiedo di poterlo fotografare, e, mettendosi in posa con orgoglio, schiena dritta e petto in fuori, stringe gli occhi in un sorriso, dolce e al tempo stesso amaro, carico di sofferenza.

Aiutati dai monaci bambini, riempiamo un sacchetto di quei frutti. La guida ci racconta che in Laos, se non lavori per lo Stato, la pensione non ce l’hai, e allora quando i genitori smettono di lavorare, sono i figli che si prendono cura di loro. Ecco quello che stava facendo lei: stava provvedendo alla tavola dei suoi cari. E poi ci racconta che la lunghezza dei capelli delle donne (seppure siano sempre raccolti) dipende dal loro stato civile: se sei nubile i capelli vanno portati lunghi, se sei sposata i capelli si accorciano alle spalle.

Una cosa che si nota subito a Luang Prabang è che, nonostante il caldo infernale, le donne portano tutte una longuette di seta, tinta unita, con una fascia in fondo ricamata con filo dorato, e indossata con un sistema di sovrapposizione sul fianco, e una camicetta con maniche a tre quarti, di seta, con i bottoni tondi. Sono bellissime, sobrie, ed eleganti. E sono tutto questo con una disinvoltura da fare invidia.

Ora saliamo sul Phu Si, la collina sacra che domina il paesaggio di Luang Prabang: centinaia di scalini di mattone, con corrimano a forma di coda di serpente. A metà, una piazzola. Ci fermiamo: spruzziamo l’antizanzare, facciamo qualche fotografia, sbirciamo una piccola nicchia dentro cui sta un Buddha, a cui è stato portato in offerta del riso. Qui ogni angolo è un Buddha! Più saliamo, più si avvicina il brusio: in cima alla collina ci sono altre persone, altre statue, di Buddha e dei suoi discepoli, un baracchino che vende offerte e bevande, e passerotti da liberare, il Vat Chom Si, e, finalmente, la terrazza più alta. Luang Prabang dall’alto è una meraviglia: tutto è rosso e verde, con il Mekong che taglia il paesaggio.

Scendendo, mi fermo da un ragazzo che mi prepara una centrifuga con dragon fruit cocco fresco e banana, sbucciati e tagliati al momento. Il cocco qui non si mangia quando è secco e marrone, con la polpa bianca e spessa; si mangia fresco, quando è ancora verde: si taglia a un’estremità, si beve il succo, e poi si apre un po’ più a fondo, recuperando un pezzo della buccia rigida a fare da cucchiaio, per raschiare da dentro la polpa, sottilissima, dolce, si scioglie in bocca.

Bevo il mio succo mentre ci addentriamo nel mercato notturno: un tripudio di colori fatto di seta carta e bambù, i materiali più diffusi qui. Le donne sistemano la merce su un telo sull’asfalto, e si siedono per terra a chiacchierare; le ragazzine sorridono guardando un cellulare; i bambini più grandi fanno i compiti, i più piccoli sbadigliano.

Qui tutti sono rispettosi del silenzio e della pace che regnano, persino al mercato. Persino chi espone le bancarelle: nessuno parla ad alta voce, e se ti avvicini a osservare la merce, ti sorridono, e al massimo te la mostrano più da vicino.

Ci addentriamo nelle traverse, più strette e più affollate: qui c’è lo street food. Sui banchetti, pezzi di carne e pesce essiccati al sole, involtini primavera, salsicce così scure da sembrare nere, carne di bufalo e pesce del Mekong, porzioni di riso avvolte nelle foglie di banana come fossero pacchetti regalo, brodo d’anatra (ho visto con i miei occhi le anatre spennate nel pentolone), e un odore di citronella che ti entra nel cervello.

La giornata volge al termine, e, mentre rincasiamo in albergo, la nostra guida si ferma a un banchetto ambulante di una signora che ci viene incontro. E’ una cariola, in realtà, che contiene del riso piccante: la signora, con movimenti veloci e sicuri, come se li ripetesse migliaia di volte al giorno da anni, in una mano si aggiusta una foglia di banana, e con l’altra la riempie della pietanza; poi chiude la foglia con una disinvoltura da lasciare a bocca aperta.

Scopriamo che la guida e la venditrice ambulante si conoscono, sono amiche. Ma qui non è sempre così: le persone per la strada si rivolgono la parola, si scambiano sorrisi, anche senza conoscersi. E’ questo il mio mondo ideale, dove tutti sono gentili con tutti, nessuno ha fretta, e i sorrisi si sprecano. Impariamo il saluto, sabaidee, che loro non pronunciano mai senza un inchino, e a ringraziare, khop jai, o khop jai lai lai, grazie mille. Le dico, queste parole, le dico molte volte, ogni volta che parlo con qualcuno del posto, e non mi vergogno, e le accompagno sempre con un sorriso. Quanti sorrisi ho visto in Laos!

La guida ci suggerisce di uscire sulla via principale il giorno dopo, alle 5:30 del mattino, se vogliamo assistere alla questua dei monaci. Siamo in vacanza, abbiamo fatto un viaggio lunghissimo, ci sono 5 ore avanti rispetto all’Italia, ma io alle 5:45 sono in strada, e vivo un’esperienza mistica, di un significato che sento essere profondissimo. Moltissimi monaci, uno dietro l’altro, a gruppi, camminano veloci passando davanti alle persone che riempiono di offerte i secchielli di bambù che portano a spalla. Arrivano da destra. E da sinistra. Un gruppo di cinque o sei, si incrociano con un altro gruppo di…saranno una quindicina! Altri sono più in là, altri ci vengono incontro. Loro colorano di arancione le strade che fino a poco fa erano avvolte nel grigio della penombra.

In un mondo d’altri tempi, dove la disciplina è severa, ma non è percepita come troppo dura; dove le tradizioni sono ancora ben ancorate nel cuore della gente; dove il rispetto per la religione è maniacale, i monaci vivono delle sole offerte dei fedeli. Questo insegna loro a saper apprezzare ciò che hanno, ad accontentarsi e a non desiderare di più. Pregano molto e mangiano poco.

Gli uomini hanno l’obbligo di fare i monaci per almeno un breve periodo. Un paio di settimane, qualche mese, o tutta la vita. A quale età non conta.

Ci accorgiamo che qui la vita inizia alle 6 del mattino: le luci sono accese, le saracinesche si alzano, il traffico in strada si intensifica, il cibo è già sulla griglia.

La giornata prende una bellissima piega anche per noi: passiamo attraverso un mercato (sì, un altro), sorpassiamo montagne di riso e germogli di soia, e assaggiamo tutti i frutti che ci troviamo davanti. Non ricordo neanche più i nomi! L’ultimo banchetto vende un serpente, condito e pronto da mangiare, e api, già spellate. Quelle vanno fritte.

Una ragazza beve del succo da un sacchetto che tiene chiuso in una mano, con la cannuccia.

Una signora anziana vende rami di una pianta che, se masticata, pulisce i denti.

Arriviamo sul Mekong, dove ci aspetta una barca tutta per noi. Il giro è lungo, durerà un paio d’ore, ma sono sicura che ne varrà la pena!

Accendo la reflex, mi guardo intorno, ed è tutto un susseguirsi di piccoli villaggi con case che sembra stiano in piedi per miracolo, palafitte, ma anche edifici di lusso, sui punti più alti. Barche, moltissime barche. Piccole, quelle di chi pesca, medie, quelle che portano i turisti, e grandi, dove c’è il bucato steso e le persone ci vivono. E poi la natura. Tantissima natura! Dietro a quelle piante c’è la foresta, quella vera, quella con i serpenti le tigri e gli elefanti. Ma quello che mi fa impazzire di questo giro in barca, sono le persone che incontriamo. Concentratissimi pescatori in solitaria sulle loro barchette, famiglie che lavorano la terra, bambini che fanno, felicissimi, il bagno nelle acque fangose del Mekong. Sono uno spettacolo! Li fotografo, e mi accorgo che, nell’immagine, c’è un colore che prevale: il fiume, la terra, la pelle. Tutto si fonde perfettamente in un tono caldo, come se ci fosse impostato il filtro seppiato.

I bambini ridono, si divertono, giocano a schizzarsi, e quando mi vedono mi salutano. Io li amo!

Facciamo una sosta: siamo nel villaggio di Ban Sangkai, dove gli abitanti producono in casa i prodotti che vendono. La prima produzione che vediamo è quella della grappa Lao Lao, ricavata dalla fermentazione del riso. Che sarebbe niente, se non fosse che, dentro alle bottiglie, insieme alla grappa, fioriscono rettili e insetti di ogni tipo. C’è la bottiglia con il seprente, quella con il cobra, o con il geco, lo scorpione, il miellepiedi, le api. Assaggio la grappa. E’ fortissima!

Ancora un po’ intontita, mi ritrovo in mezzo a una marea di sciarpe di seta di ogni colore immaginabile. Dietro a ogni espositore, un telaio. Quando passiamo, le signore ci si siedono per mostrarci come funziona. Sì, è un telaio di quelli antichi, di legno, che funzionano sistemando i fili della trama verticale, e quella orizzontale si crea passando un fuso da una parte all’altra, a mano. Ce ne sono di molto semplici, e di lavoratissime, con decori cuciti a mano. Quelle più complicate, ci vogliono anche tre mesi per farle! Trovo una donna, seduta su uno sgabello minuscolo, sta cucendo a mano il decoro di una sciarpa. Non ci credo! E’ perfetto! Di più che se fosse cucito da uno uno dei nostri freddissimi macchinari.

Ci siamo noi, ma per il resto, il villaggio è veramente deserto. I prodotti esposti sono molti, e io mi chiedo come fanno a guadagnare queste persone.

Risaliamo sulla barca. E’ l’orario di ritorno da scuola: i bambini sono aumentati, ce ne sono tantissimi! Chi ritorna a casa passando sulla riva del fiume, con fratellino al seguito, chi è già in acqua a sguazzare, chi sta semplicemente seduto sui gradini che dal fiume portano al villaggio. Mi guardano, e io mi innamoro ancora.

All’improvviso è di nuovo natura. Natura e silenzio. Fino alla grotta di Pak Ou. Quando ci accostiamo al precario pontile fatto di assi legno, il silenzio è rotto da una festa. Su una barca. Una barca di legno di medie dimensioni, con sedili e tavolini, e un corridoio in mezzo, largo giusto per far passare una persona alla volta. Eppure, i tavolini sono pieni di vivande e roba da bere, la musica è alta, e le persone cantano e ballano in quello spazio ridotto, e ridono e si divertono.

Saliamo le scale e siamo all’interno della grotta: moltissime sculture di Buddha si affollano sulle rocce, sono state portate qui per proteggerle dai pericoli delle guerre. Alcune sono posizionate in insenature così buie e irte da chiedersi come siano potute arrivare fin lì. Sono stati i monaci, perché solo a loro è permesso arrivarci. L’atmosfera è sacrale, il silenzio assordante.

Camminiamo, fino a scorgere una finestra naturale, scolpita nella roccia, che regala uno scorcio da brividi. Sopra le nostre teste, la riproduzione in legno di un’enorme coda di serpente: la riconosciamo, l’abbiamo già vista nei templi. Sulla parte superiore della coda c’è una scanalatura, dentro cui, nei rituali durante il capodanno laotiano, si fa scorrere l’acqua, che, una volta attraversata la coda di serpente, diventa santa.

Mentre percorriamo le scale in discesa, sulla canna di bambù che fa da corrimano si poggia un’elegantissima farfalla arancione, in perfetta armonia con i colori caldi del paesaggio.

Risaliamo sulla barca per arrivare alla sponda opposta, e quando scendiamo, attraversiamo una larga spiaggia di sabbia per raggiungere il ristorante. Calpestiamo una passerella in lamiera, e degli allegrissimi bambini si mettono a ridere per via del rumore dei nostri passi. Incredibile: il rumore che ho provocato, invece di infastidire, diventa una scusa per ridere e rallegrarsi di un’allegria contagiosa e meravigliosa. E’ una sensazione perfetta: loro, con la loro spontaneità, mi fanno sentire a casa.

Il ristorante è rustico, mangiamo su una terrazza che affaccia sul Mekong, e la vista è uno spettacolo. Me la godo per tutta la durata del pranzo, mi mette in pace col mondo. Mi sembra perfetto persino il disegno delle nuvole in cielo.

Prendiamo una Coca-Cola, e sulla lattina notiamo l’immagine stilizzata di un’elegante donna con l’ombrellino di seta. Vorrei portarla a casa!

Quando mi alzo da quella sedia, ancora non so che sto per vivere una delle esperienze che più mi toccherà il cuore e che porterò dentro per sempre. Attraversiamo un villaggio sonnolento e silenziosissimo, passiamo davanti a una piccolissima villetta tinteggiata di verde, che non diresti mai essere un ospedale.

Giriamo l’angolo, e le vedo, in tutto il loro splendore: due magnifiche elefantesse. Voglio avvicinarmi, voglio accarezzarle, voglio abbracciarle e dire loro che le adoro! Mi affeziono subito alla prima, le porgo una banana che lei afferra dalla mia mano e mangia in un attimo. Gliene do un’altra, perché voglio che avvicini a me la proboscide, voglio toccarla, e farle sentire tutto l’affetto che ho per lei. Mi guarda, mi soffia, facendo uscire aria calda e umida dalla proboscide. E’ così bella!

Purtroppo non posso rimanere qui con lei per sempre. E’ ora di tornare indietro, così, mentre torniamo alla riva per riprendere la barca, ci imbattiamo in una coppia di bimbi che giocano in una scatola di polistirolo, e che, quando vedono la macchina fotografica, cominciano a dare spettacolo per essere ritratti. Di fianco, un uomo, loro padre forse, espone utensili da cucina e strumenti musicali realizzati a mano da lui, che ci mostra come suonare.

Il viaggio di ritorno in barca è più breve rispetto all’andata (abbiamo la corrente a favore), ma è così rilassante che ci scappa un riposino. Giusto quello che ci vuole per riprendere il tour alla grande!

Il villaggio di Bang Xang Khong ci accoglie con una scritta di benvenuto. E’ qui che faccio i primi acquisti: sciarpe di seta e di cotone, semplici, decorate, neutre, colorate. E carta di riso: biglietti, buste, quaderni con foglie e petali incastrati nella trama dei fogli, che vengono realizzati a mano, sotto ai miei occhi. Mi affascina da morire!

Il giorno successivo abbiamo la mattinata libera, così cominciamo a informarci su come raggiungere le cascate di Kuang Si: 30km e un’ora di strada ci impediscono di tornare in tempo per l’appuntamento con la guida. Allora scegliamo di visitare il museo etnologico: piccolo e affascinante. Scopriamo le moltissime etnie che affollano il suolo laotiano, a seconda dal paesaggio che i vari luoghi offrono. Per me è una lezione di antropologia, e di vita.

In uscita vedo, solitaria e quasi nascosta, una bellissima signora con cui comunico a gesti e sorrisi. Sta decorando a mano un telo bianco con un pennello piatto di spugna e non so quale pigmento naturale, color senape. E’ molto concentrata, ma la mia interruzione non la disturba. Il decoro è geometrico e regolare, e nell’insieme ha un effetto armonioso.

Un’ultima passeggiata a piedi per le vie di questa città incantevole, e ,nel tornare verso l’albergo, notiamo un certo movimento nel cortile di un edificio poco distante. Non ci credo! Si stanno svolgendo le selezioni per Miss Laos! Sbriciamo. Si può assistere! Mi aspetto decine di ragazze in body, e invece le eleganti donzelle indossano il classico outfit di longuette e camicetta. Loro sono perfette così, senza un centimetro di pelle scoperta. La tensione sui loro volti è evidente. Volti da una fisionomia regolare: forma del viso un po’ squadrata, occhi a mandorla e pelle leggermente abbronzata. Capelli lunghi e neri, e sorrisi dolcissimi. Mi piace tantissimo essere qui!

L’ultima visita prima della partenza è fissata per il museo del palazzo reale. Lascio la borsa, tolgo le scarpe, infilo il maglioncino (oggi ho azzardato una canottiera, perciò devo coprire le spalle). Il museo è un susseguirsi di oggetti appartenenti alla famiglia reale. Come capita spesso quando visito posti al chiuso che richiedano più di 15 minuti, dopo un po’ perdo l’attenzione. I miei sensi vengono risvegliati alla vista del tempio che ospita il Phra Bang, l’antico Buddha d’oro alto 83cm che è stato un simbolo politico e che dà il nome alla città: la facciata è decorata da intagli dorati, su uno sfondo di mosaico verde brillante. La scultura custodita all’interno è talmente sacra e preziosa, che non si può entrare e non si può fotografare.

Partiamo alla volta del minuscolo aeroporto, da cui voleremo verso Hanoi, la capitale del Vietnam.

Lascio il Laos con la soddisfazione di aver scoperto un angolo di mondo quasi inesplorato, dal fascino grandioso. Faccio fatica a capire se ad attirarmi di più siano stati i luoghi, le persone, o il senso di spiritualità che questo posto mi ha trasmesso. Quello che so per certo è che mi rimarrà dentro per la vita.

 

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Laos – Vientiane

Voglio confessarlo: il primo impatto con l’Indocina non è stato dei migliori.

Arrivo a Vientiane, la capitale, dopo due scali e innumerevoli ore di volo. In Italia sarebbero le 6 del mattino, in Laos sono le 11. L’auto viene a prenderci all’aeroporto e, senza passare per l’hotel, iniziamo subito il tour. Io indosso un leggings una t-shirt un maglioncino legato in vita e scarpe da ginnastica, e comincio a sudare appena tocco il suolo laotiano: un caldo infernale e un’umidità soffocante, da sommare a una stanchezza disumana.

Ma tutto cambia quando la guida, un uomo gentilissimo e sorridente, ci racconta spezzoni della sua vita: ora è sposato e ha un figlio, che ha chiamato pomodoro perché quando è nato era tutto rosso in viso, ma anni fa era un monaco buddhista. Ne parla come fosse stato il periodo più bello della sua vita, e infatti ci confessa che il suo cammino da monaco, interrotto per necessità economiche della sua famiglia, riprenderà quando il suo bambino sarà diventato più grande, e la moglie lo appoggerà in questa sua coraggiosa scelta.

Più lo ascolto, più la vita di quest’uomo mi affascina.

A Vientiane visitiamo monasteri e luoghi sacri: ogni volta che entriamo in uno di essi, togliamo le scarpe, e ogni volta, al cospetto di Buddha, troviamo un tappeto sul quale non si può sostare in piedi. I buddhisti laotiani, prima di pregare, si inginocchiano, e si inchinano toccando il suolo per tre volte.

Nel cuore della città, visitiamo il Vat Si Saket: fotografo monumenti in un inconfondibile stile orientale, bianchissimi. O coloratissimi. Passiamo davanti all’abitazione dei monaci, e non riesco a smettere di guardarla: vedo ciabatte fuori dalle porte e il bucato steso è tutto arancione. Voglio vedere i monaci. Uno, almeno uno! Si può sperare che qualcosa accada e nello stesso momento averne timore? Beh, ragazzi, io l’emozione che ho provato quando ho visto il primo monaco non la so spiegare…e se ci penso, ho ancora il batticuore!

Il chiostro ospita più di settemila statue di Buddha, di ogni dimensione, in ogni posizione, di ogni materiale. Subito mi dà l’idea di essere un posto d’altri tempi, sbiadito. E infatti è il tempio più antico della città che si sia conservato fino a oggi.

Attraversiamo la strada, ed entriamo nel cortile dell’Ho Phra Kaeo: una lunga strada lastricata. Alla fine, un edificio dalla forma triangolare, rosso e dorato, con decorazioni indescrivibili. Mentre sento gocce di sudore su parti del corpo che non pensavo potessero sudare, raggiungiamo il porticato dell’edificio. Ci corrono incontro decine di bambini in una elegantissima divisa e foulard al collo: dev’essere una scolaresca. Corrono, ridono, e ti contagiano con la loro allegria. I bambini laotiani hanno una fisionomia e una luce negli occhi che, giuro, non dimenticherò mai.

Lasciamo le scarpe e saliamo le scale: sotto al porticato, in un’ordinatissima fila, siedono altri Buddha in meditazione. Ed è subito pace interiore.

E’ quasi pomeriggio, e durante lo spostamento in macchina faccio fatica a tenere gli occhi aperti: sono stanchissima!

Raggiungiamo il That Luang: un tempio talmente grande che l’obiettivo della mia Canon lo contiene a fatica. E’ enorme, e imponente, e tutto dorato! Si può vedere da fuori, ma dentro no. Loro lo chiamano Stupa, e all’interno è custodita una reliquia di Buddha risalente al III secolo a.C. Possono entrare solo i monaci, solo durante l’apertura straordinaria per il capodanno laotiano, in aprile. E’ un simbolo, anzi, il simbolo del Laos. All’esterno, a pochi passi dallo Stupa, alziamo la testa, apriamo la bocca e sgraniamo gli occhi alla vista di un gigantesco Buddha: enorme, dorato, e sdraiato. E’ il celeberrimo Buddha reclinato, ed è veramente maestoso.

Ultima fermata di oggi: la Porta della Vittoria. Ora sì che sembra di essere in città! Davanti alla porta, una grande fontana, che però ora è spenta. La porta somiglia all’Arco di Trionfo, ma più piccolo, e in stile orientale. Saliamo: all’interno, ogni piano è un negozio di souvenir e artigianato locale. In cima, finestre con inferriate che disegnano un Buddha, su quattro lati. La città vista dall’alto (ma non altissimo) ha il suo fascino: l’architettura degli edifici e il verde delle piante e delle palme che sorgono in mezzo ad essi, convivono in un’armonia veramente perfetta.

Il nostro hotel si trova un po’ fuori dal centro della città, ma tanto, anche se mi piacerebbe moltissimo uscire ancora e fare una passeggiata per scovare gli angoli più nascosti di questo posto, ci lasciamo andare a un lungo riposo dopo una doccia ristoratrice. L’accogliente terrazzo della nostra camera affaccia sul Mekong, esattamente nel punto in cui il sole svanisce per lasciare posto alla sera. Anche se non usciamo dall’albergo, sono soddisfatta, perché riesco a godermi con gusto uno dei tramonti più belli e rossi visti in vita mia. Non riesco a distogliere lo sguardo dal cielo, dal paesaggio, dalla meraviglia che mi trovo davanti. Li fotografo una, dieci, cento volte. Voglio immortalare ogni momento, ogni sfumatura.

Il secondo giorno si apre con una colazione condivisa con una squadra dell’esercito in partenza. Noto una ragazza, accanto a un militare in mimetica, che piange lacrime a singhiozzi. Lei guarderà il suo compagno partire, e rimarrà qui, impotente.

Abbiamo il volo per Luang Prabang alle 11:30 (sì, siamo arrivati appena da 24 ore e già ripartiamo), ma prima, a sorpresa, la visita a un altro tempio. Qui, tutto è giallo come la senape, e rosso come l’Oriente. Entriamo, e, tra colonne dorate, ci troviamo davanti una famiglia che si sta facendo benedire da un monaco, per mettere fine alla cattiva sorte che l’ha colpita negli ultimi tempi. Tengono in mano un filo, tutti lo stesso. Un rito, una preghiera, un canto. Poco più in là, in un angolo, un gong più alto di me (giuro, non ci vuole molto!), coloratissimo, pronto a ricevere colpi. La guida ci fa vedere come si suona, e ci spinge a provare: tre colpi, lenti. Poi le mani sul centro del gong, ancora vibrante, e poi sulla testa. E che la fortuna ci accompagni!

 

 

Autore:Schermata 2019-04-16 alle 10.11.33

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