Capanna Margherita

Tra gli articoli protagonisti della rubrica non poteva mancare un pezzo dedicato ad uno tra i grandi classici delle montagne valsesiane.

La Capanna Margherita.

Descrivere ciò che questo luogo suscita in me non è affatto semplice, perché rappresenta una varietà innumerevole di sfumature emotive.

E’ uno dei simboli dell’epopea che ha segnato l’inizio della storia alpinistica sulle Alpi italiane a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

E’ simbolo di orgoglio per gli abitanti di una valle che si sono occupati della sua costruzione e da oltre un secolo hanno a cuore il suo mantenimento.

E’ oggetto del desiderio per molte persone per cui raggiungere i suoi 4554 m rappresenta il coronamento di un sogno.

E per il sottoscritto? Cosa rappresenta? Rappresenta l’apice di un viaggio. Un viaggio che ogni volta e per motivi diversi è sempre emozionante. Ogni volta che sono tornato da lassù l’ho fatto portando con me uno zaino carico di emozioni.

Ricordate la storia di Alice che attraverso la tana del coniglio cadde nel Paese delle Meraviglie? Ecco.

Allo stesso modo, per me, ogni volta che varco la soglia della cabina della funivia di Alagna inizia un viaggio attraverso il mio Paese delle Meraviglie.

IMG_3438Un viaggio che mi spinge ad avventurarmi in luoghi isolati e selvaggi, vicino al cuore di quel gigante fatto di roccia e ghiaccio qual’è il Monte Rosa. Talmente vicino che sembra quasi di avvertirne il respiro ed il battito del cuore.

Prima attraverso il Vallone dell’Olen e successivamente dal Passo dei Salati, la funivia sale velocemente dai 1200 m di Alagna in direzione di Punta Indren a 3200 m. Dai grossi vetri delle cabine si può osservare la metamorfosi dell’ambiente, man mano che la quota aumenta. gli alberi si fanno più radi. I pascoli lasciano il passo alle pietraie, le cui diverse tonalità di grigio dipingono un ambiente dall’aspetto austero e lunare.

E’ il primo contatto con la montagna, ma è già sufficiente per incutere un certo timore reverenziale.

D’improvviso la cabina della funivia termina la sua corsa, le porte automatiche si aprono ed un soffio di aria fredda e pungente sbatte violentemente sul viso. L’ambiente esterno ha cambiato nuovamente aspetto e le rocce, in parte, hanno lasciato posto all’azzurro scintillante del ghiacciaio.

Fuori dalla stazione d’arrivo della funivia, immediatamente e con un suono sordo, le porte automatiche si chiudono dietro le spalle.

Ogni volta, in quell’istante mi sento terribilmente solo al cospetto di questo gigante che sembra quasi osservarmi severo dall’alto in basso.

Il cammino inizia sulla traccia che attraverso gli ultimi lembi del ghiacciaio di Indren porta alle rocce che conducono ai rifugi Mantova e Gnifetti posti rispettivamente a 3500 e 3600 m. Questi due avamposti rappresentano il punto d’appoggio utilizzato per poter salire il giorno successivo ai 4554 m della Punta Gnifetti ed alla Capanna Margherita. Entrambi sono dotati di numerosi posti letto e varcandone la soglia e calcando il vecchio pavimento in legno si avverte immediatamente un clima particolare. Un misto di emozioni che varia dall’apparente tranquillità scanzonata delle Guide Alpine fino alla febbrile attesa di chi per la prima volta sta calcando le pendici di questa montagna consapevole che tra poche ore camminerà verso la realizzazione di un sogno. L’atmosfera è sempre particolarmente elettrizzante, alcuni chiacchierano di passate avventure in montagna, altri sistemano l’attrezzatura necessaria per la salita del giorno successivo, altri ingannano l’attesa prima del turno di cena scrutando la prima parte del pendio ed i numerosi crepacci attraverso i quali si snoda la traccia che sale in direzione del Colle Vincent.

IMG_3487Ben presto giunge la notte ed il buio cala sul Monte Rosa, è necessario coricarsi presto perchè il giorno successivo la sveglia suonerà molto presto ed è fondamentale riposare il più possibile per affrontare al meglio la salita del giorno successivo.

Dopo il suono della sveglia il rumore metallico delle attrezzature inizia ben presto a diffondersi per le stanze del rifugio e dopo la colazione, insieme ai compagni di cordata, si è pronti per iniziare a risalire il pendio del ghiacciaio del Garstelet accompagnati dalla luce delle torce frontali. Un passo avanti all’altro si percorre la traccia che scivola sinuosa tra le bocche dei crepacci, la pendenza è da subito impegnativa e non accenna a diminuire fino a che non si giunge nei pressi del Colle Vincent; davanti agi occhi si stagliano diverse cime alte più di 4000 m: a sinistra ci sono i Lyskamm e la loro impotente parete nord, mentre più a destra si possono ammirare il panettone tondeggiante che descrive la calotta terminale della Piramide Vincent e più vicino le rocce appuntite del Balmenhorn da cui spiccano il Bivacco Giordano e la statua del Cristo delle Vette, mentre più lontane ci sono le rocce scure del Corno Nero o Schwarzhorn.

IMG_3449La traccia piega decisamente a sinistra aggirando il Balmenhorn ed inizia nuovamente a salire. Ripida. Mentre i ramponi mordono la crosta di neve levigata dal vento con cadenza regolare si sale in direzione del Colle del Lys a quota 4151 m.

IMG_3476Costituito da un vasto pianoro, segna la linea di confine tra il territorio italiano e quello svizzero ed è contornato da diversi 4000: a Ludwigshoe, Corno Nero, Balmenhorn e Lyskamm si aggiungono le cime di Punta Zumstein, Punta Dufour (La più elevata del massiccio del monte Rosa) e Parrot. Mentre in lontananza si stagliano le sagome inconfondibili di Punta Gnifetti e della Capanna Margherita. Infine, il panorama è impreziosito dalla vista del Cervino metre il Ghiacciaio del Grenz scivola sinuoso in direzione di Zermatt.

Sempre dal Colle del Lys, è possibile scorgere, alla base della Cresta Est del Lyskamm orientale, un gruppo di rocce che emergono dai ghiacci.

Si tratta della Roccia della Scoperta.

Questa vetta “minore” del Rosa è legata ad una leggenda che racconta la storia di sette giovani valdostani, i quali tentarono l’impresa di valicare il Monte Rosa andando alla ricerca della cosiddetta Valle Perduta. La leggendaria Valle di origine delle popolazioni Walser con verdi pascoli, strade fatte di formaggio e fiumi di vino…

Dopo una breve sosta è tempo di rimettersi in cammino seguendo la traccia che scende brevemente in direzione del Colle Sesia giunti nei pressi del quale sarà necessario attraversare in diagonale all’ombra di alcuni seracchi. Successivamente il percorso aumenterà nuovamente la pendenza sino a giungere sotto il Colle Gnifetti e la Capanna Margherita. Dal Colle la traccia piega decisamente a destra ed attraverso un tratto di cresta molto appoggiato, conduce alla Vetta della Punta Gnifetti ed alla Capanna Margherita.

La discesa avviene per il medesimo percorso seguito all’andata. Non esistono parole per descrivere le emozioni che si provano nel momento in cui si giunge in vetta. Il paesaggio è emozionante perché spazia a 360 gradi lungo tutto l’arco alpino.

E’ pure emozionante affacciarsi dal balcone della Capanna, a sbalzo sulla gigantesca parete sud del Monte Rosa.

E’ emozionate entrare nella Capanna, le cui pareti sono piene di ricordi legati alle imprese alpinistiche eseguite sul Rosa ed alle persone che le hanno compiute.

E’ emozionante calcare il vecchio pavimento in legno della Capanna, sentirlo scricchiolare sotto il peso degli scarponi.

Persino il sibilo del vento attraverso i tiranti, riesce ad essere emozionante…e penso che potrei continuare a scrivere per ore riguardo tutto ciò senza riuscire ad essere esauriente. L’unico modo per poter cogliere fino in fondo la vera essenza di questo luogo è andarci, compiere questo viaggio, immergersi in questo Paese delle Meraviglie. Scoprirete che la leggendaria valle della felicità esiste veramente e non è poi così tanto perduta. E’ solamente questione di avere il coraggio di muovere un passo, un semplice passo nella direzione giusta, in direzione della felicità…

Consigli tecnici:

La salita non presenta particolari difficoltà alpinistiche, ma non è assolutamente da sottovalutare in quanto si svolge in buona parte in ambiente glaciale. Se non sufficientemente allenati si potrebbero riscontrare problemi di natura cardiorespiratoria dovuti alla scarsa preparazione alla quota. Inoltre deve essere prestata particolare attenzione al tratto sotto la Piramide Vincent a causa della presenza di numerosi crepacci, presenti anche in diversi altri punti della salita sotto il colle del Lys.

Se si vuole affrontare la salita alla Capanna Margherita consiglio di fare riferimento agli uffici delle Guide Alpine locali.

Segnavia: traccia su ghiacciaio
Partenza: Alagna Valsesia 1191 m
Arrivo: Punta Gnifetti – Capanna Margherita 4554 m
Dislivello: 3363 m

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Massa del Turlo

Quante volte è successo di ricordare un luogo associandolo non solamente alle bellezze paesaggistiche o architettoniche, ma anche alle emozioni vissute trascorrendo momenti particolari…Esistono luoghi che più di altri sono in grado di risvegliare in noi suggestioni, ricordi, lacrime, o meglio ancora sorrisi.

DSC_0163Il luogo di cui vi parlerò oggi, per me, rappresenta uno di questi…un luogo dal sapore d’autunno. Che fa rivivere e sentire addosso il dolce tepore del sole di ottobre e risplendere negli occhi i colori caldi ed avvolgenti delle foglie dei faggi. Un luogo che sa di piacevoli camminate all’aperto attraverso prati e boschi. Un luogo che risveglia il dolce sapore delle risate in compagnia attorno allo scoppiettare di un fuoco, magari accompagnate da un buon bicchiere di vino rosso. Un luogo che ha il sapore dell’amicizia. Quella vera. Genuina come le persone di montagna.

Il luogo di cui vi vorrei parlare oggi è la Massa del Turlo.

La via di salita più seguita per questa montagna inizia dalla località Barattina, una frazione di Varallo Sesia. L’itinerario è piuttosto lungo e per questo motivo sovente si sceglie di salire in auto lungo la carrozzabile che conduce all’Alpe Piane. Quì si prende il sentiero che sale alla vicina chiesetta, sorpassa a monte il Rifugio Camosci, attraversa un ampio alpeggio e superando una prima faggeta raggiunge la Sella di Vaneccio. proseguendo lungo l’ampia dorsale il bosco si fa via via più rado si perviene prima alla Bocchetta Schillottà e successivamente, tagliando in diagonale un tratto di cresta rocciosa, si raggiunge la cima di Ventolaro.

DSC_0149Continuando lungo la cresta si guadagna facilmente un’anticima, quindi la Bocchetta del Sonato ed infine la cima della Massa del Turlo dominata da una enorme croce in ferro. Dalla vetta si gode di un meraviglioso panorama su gran parte dell’arco alpino occidentale, sui laghi d’Orta e Maggiore e su numerosi paesi della Val Strona e Val Sesia.

Nota:
Poco al di sotto della cime si stacca un itinerario molto interessante, ma altrettanto impegnativo, che conduce alla vetta del Monte Capio.

L’itinerario di discesa ricalca fedelmente quello seguito all’andata ed in circa un’ora riconduce nuovamente all’Alpe Piane.

L’escursione di per se non presente alcuna difficoltà eccessiva, inoltre il dislivello modesto la rendono accessibile ed adatta a tutti.

Questo luogo è per me così caro perché penso rappresenti molto bene lo spirito con cui vivo la Montagna. Perché montagna non è necessariamente sinonimo di dislivelli a 3 cifre, scalate oltre il sesto grado o traversate su ghiacci perenni a temperature polari.

Montagna è anche e soprattutto sinonimo di amicizia, allegria, attimi felici condivisi insieme alle persone a cui vogliamo più bene.

Attimi e persone che lasceranno un ricordo indelebile e contribuiranno a dare quel sapore speciale a quei luoghi che hanno fatto da contorno a tutto questo…DSC_0194.jpg

Consigli tecnici:

Nonostante l’itinerario percorso non presenti particolari difficoltà, consiglio di non percorrerlo durante i mesi invernali soprattutto in caso di innevamento abbondante.

Segnavia: 620
Partenza: Alpe Piane di Cervarolo 1222 m
Arrivo: Massa del Turlo 1959 m
Dislivello: 737 m


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Monte Ventolaro e Montagna Forata

Era una fredda domenica di marzo. Una domenica uggiosa, dai tratti più autunnali che primaverili. Una di quelle domeniche in cui, ovviamente, è difficile trovare qualcuno che, nonostante il brutto tempo, abbia voglia di uscire di casa per andare a fare quattro passi in montagna, ma nonostante questo, il richiamo delle montagne, la voglia di uscire a respirare aria pulita sono stati più forti.

Più forti della pigrizia.

Più forti del brutto tempo.

Più forti della solitudine.

Così uscii di casa di buon ora con l’intento di salire il Monte Ventolaro, montagna su cui non ero mai stato.

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Lasciata l’auto nel parcheggio a fianco al Municipio di Scopa, in Valsesia, ho imboccato il sentiero sul lato opposto della strada inoltrandomi in un fitto bosco di faggi e castagni. Immediatamente dopo aver mosso i primi passi mi rendo conto di non essere solo. Ho la fortuna di poter osservare diversi animali selvatici scesi in cerca di cibo accanto al sentiero che, seguendo la bella mulattiera, sbuca nei pressi dei verdi prati all’Alpe Pian del Sasso.

Entro nella radura antistante l’alpe.

Il silenzio è rotto solamente dal verso delle ghiandaie che, allarmate dal mio arrivo, fuggono all’interno del bosco. Il contrasto tra la nebbiolina al limitare della raduna ed il loro piumaggio colorato rende l’atmosfera ancor più suggestiva.

Foto 17-03-19, 11 50 53Oltrepassati i caseggiati dell’alpe, il sentiero si tuffa nuovamente tra le braccia degli alberi fino ad incontrare la strada poderale che collega tra loro diversi alpeggi costituiti da alcune baite recentemente ristrutturate. L’ultima in sequenza è l’Alpe Piana di Biagio, oltre la quale il sentiero rientra nuovamente nel bosco, sale deciso, supera i resti di alcune baite dismesse e porta ad accostarsi all’Alpe di Scotto situata poco al di sotto della bocchetta omonima. Dalla Bocchetta è possibile raggiungere, attraverso diversi itinerari, Boccioleto; una graziosa località in Val Sermenza che sorge all’ombra dell’omonima “Torre”; un monolito di solida roccia che può essere scalato seguendo diverse vie di arrampicata immersi in un ambiente unico e suggestivo.

Il mio itinerario prosegue, invece, verso sinistra, sulla cresta erbosa che conduce alla vetta del Monte Ventolaro. Cima che ha la particolarità di essere formata da tre vette distinte da cui (con il bel tempo) è possibile osservare il panorama sia verso la Valsesia che la Val Sermenza. Oltre la vetta il sentiero degrada in basso in direzione della Cima delle Balme e si collega con i sentieri che giungono dalle vicine località Valsesiane: Scopello, Piode, Campertogno e Boccioleto.

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Decido di fermarmi qualche istante per godermi la vetta.

Inizia a scendere una leggera pioggia.

Le nuvole basse nascondo il panorama circostante.

Mi rendo conto che tutto ciò mi sta regalando un senso di pace pazzesco.

Tutto sembra immobile.

Apparentemente.

In realtà i pensieri corrono veloci trovando il giusto spazio all’interno della mia mente. Quello che agli occhi può sembrare un ambiente ostile ha saputo regalarmi attimi molto intensi.

La prima sensazione di freddo mi risveglia da questo stato di “torpore” e mi riporta velocemente alla realtà. Inizio a muovermi seguendo il percorso seguito all’andata, ma lungo il cammino decido di effettuare una deviazione: poco al di sotto della cima si stacca dall’itinerario principale il sentiero 226e che conduce in circa mezz’ora alla suggestiva cima della Montagna Forata. Il sentiero si svolge su tracce e nei pressi della parte finale, attraverso un tratto esposto attrezzato con una catena, conduce ad una sorta di “finestra” naturale che ne costituisce la cima. La particolare forma ad arco della roccia ha alimentato una leggenda locale secondo la quale questa sia opera del demonio che l’avrebbe urtata con le corna mentre trasportava all’inferno l’anima di un’alpigiana sorpresa in un giorno festivo a rubare del fieno.

Mi rendo conto di essermi trattenuto troppo a lungo e che il meteo non accenna a migliorare, così, seguendo a ritroso il sentiero ritorno sulla cresta erbosa del Ventolaro e velocemente ridiscendo seguendo l’itinerario percorso all’andata.

Dopo circa un’ora e mezza di cammino sono nuovamente al parcheggio dove ho lasciato l’auto. La pioggia ha smesso di cadere e, nonostante le giornate siano ancora corte, le nuvole lasciano spazio a qualche timido raggio di sole.

Ancora una volta la montagna ha saputo regalarmi momenti unici ed indimenticabili. Ha permesso che la “sfidassi” in un giorno in cui sarebbe stato più semplice rimanere chiuso in casa prigioniero dei miei pensieri. Ha fatto si che fossi ammagliato dal suo fascino abbandonandomi completamente ad essa, ma al momento giusto ha anche saputo riportarmi alla realtà facendo in modo che tornassi al momento opportuno.

Consigli tecnici:

Consiglio di percorrere questo itinerario nel periodo tra da marzo/aprile ed ottobre/novembre (A seconda delle condizioni di innevamento). Tranne che per il tratto terminale che conduce alla Montagna Forata, il percorso non presenta difficoltà particolari. La salita alla Montagna Forata può essere evitata seguendo semplicemente l’itinerario principale contrassegnato dal segnavia 226. Per chi volesse compiere in discesa un percorso alternativo, dalla cima del Ventolaro è possibile scendere in direzione della vicina Cima delle Balme e seguendo i sentieri 231 e 226b ritornare a Scopa compiendo un giro ad anello che attraversa anche la graziosa Frazione di Frasso.

Segnavia: 226 e 226e per la salita alla Montagna Forata
Partenza: Scopa 622 m
Arrivo: Monte Ventolaro 1836 m
Dislivello: 1214 m

 

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Pizzo Tracciora

La salita al Pizzo Tracciora da Rossa rappresenta uno dei grandi classici delle escursioni Valsesiane. Difficilmente troverete qualcuno in Valsesia che non vi è mai salito o non lo conosce, ma ciò non vuol dire che questa montagna non debba essere considerata meno di altre. La posizione centrale offre la possibilità di godere di bellissime vedute a 360 gradi, inoltre la cima può essere considerata come punto di partenza per effettuare diverse traversate verso la Val Cavaione oppure verso Cervatto in Val Mastallone. Infine, altro particolare non trascurabile, le sue forme arrotondate lo rendono adatto ad escursioni sci-alpinistiche durante l’inverno. Insomma, se volete vivere la montagna 365 giorni l’anno non dovrete far altro che salire al Pizzo Tracciora!

IMG_2738L’itinerario inizia dal grazioso paese di Rossa, dove, lasciata l’auto nel parcheggio adiacente la piccola piazza, si può imboccare il ripido sentiero che in breve porta alla località Vaz. Oltrepassato il bivio nei pressi della suddetta località, il percorso, attraverso prati ed orti coltivati, conduce alla frazione Piana caratterizzata dalla presenza di due chiesette. Superato il piccolo abitato, la mulattiera prosegue inoltrandosi all’interno di un rigoglioso bosco di faggi oltre il quale, si giungerà all’Alpe Campello. Luogo in cui vi consiglio di fermarvi per una sosta ed ammirare la grandiosa vista sul Massiccio del Monte Rosa che si aprirà davanti ai vostri occhi. Dall’Alpe Campello il percorso si inoltra nuovamente all’interno di un bosco molto rigoglioso per poi sbucare nei pressi dei pascoli tra le Alpi Prato Bianco di Sotto e Prato Bianco di Sopra. Questi luoghi devono i loro nomi alle splendide fioriture di flora alpina che ricoprono i prati durante la stagione primaverile, ma quest’anno la primavera ha deciso di presentarsi sotto una veste inusuale quindi l’unico colore bianco che abbiamo potuto ammirare è stato quello dovuto dal nevischio sceso dal cielo! Nei pressi dell’Alpe Prato Bianco di Sopra si collega l’itinerario 405 che sale dalla Fazione Folecchio di Rossa e rappresenta una variante a questa che è la classica via di salita oppure, un’alternativa per la discesa per chi non volesse ripercorrere il medesimo itinerario seguito in salita. Per chi decidesse di seguire il sentiero 405 in discesa, considerate che una volta arrivati a Folecchio per tornare al parcheggio dovrete percorrere un tratto in salita su strada asfaltata.

IMG_2739Oltrepassato il bivio con il sentiero 405 il percorso prosegue con pendenze via via più attenuate, si supera dunque un secondo bivio che incrocia il sentiero proveniente dalla Val Mastallone e si giunge finalmente in vetta. La Cima è caratterizzata dalla classica croce di vetta accanto alla quale è stato posto un tavolo in pietra, così, nelle giornate più limpide potrete ammirare il panorama standovene comodamente seduti mentre vi gusterete i panini portati nello zaino coccolati dai tiepidi raggi del sole.

Gambe distese.

Mani incrociate dietro alla nuca.

Le montagne davanti a voi.

E un senso di pace e serenità impagabili.

Si tratta di uno di quei luoghi da cui non si vorrebbe più andar via, ma fidatevi, la discesa vi offrirà qualcosa di ancor più prezioso.

Ripercorrendo a ritroso il percorso seguito in salita giungerete nuovamente all’abitato della Frazione Piana, seguite quindi il sentiero 403 che vi condurrà, prima attraverso un bosco e poi attraverso verdi prati, alla Frazione Rainero. Oltrepassati alcuni orti e le prime case dell’abitato giungerete all’Azienda Agricola Rainero.

Ed è qui che entrerete all’interno di un mondo incantato, in una favola.

Sì, perché le emozioni che proverete in questo luogo difficilmente riuscirete a provarle altrove. Merito di Michela e Claudio, i proprietari. Merito del luogo. Merito di Henry, il loro Labrador. Insomma, merito di un mix “letale” di luoghi, persone ed emozioni. O meglio: un mix di persone speciali che hanno deciso di vivere in un luoghi speciali e che insieme trasmettono emozioni speciali. Non vi dico altro perché vorrei far nascere in ognuno di voi che leggerà la curiosità di recarsi in questo luogo per toccare con mano quanto ho vissuto io di persona.

Ne varrà la pena.

Davvero.

Da Rainero, per tornare al punto di partenza, non dovrete far altro che seguire il comodo sentiero lastricato che scendendo dolcemente si ricongiunge, poco sopra l’abitato di Rossa, con l’itinerario 400 seguito all’andata.

Consigli tecnici:

Il percorso non presenta particolari difficoltà. Durante la stagione invernale prestare attenzione alle condizioni dell’innevamento. Soprattutto nel tratto successivo all’Alpe Campello.

Segnavia: 400
Partenza: Rossa 813 m
Arrivo: Pizzo Tracciora 1917 m
Dislivello: 1104 m

 

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Monte Barone di Coggiola

IMG_2415Quella al Monte Barone, non è stata una semplice escursione, si è trattato, infatti, di un ritorno.

Un abbraccio.

Sì. Perché devo ammettere che questa montagna, da parte mia, non ha mai goduto di moltissima considerazione. Vi ero salito solamente una volta, quasi 15 anni fa, e per giunta mi aveva fatto parecchio dannare nell’ultimo tratto, ma nonostante questa mia antipatia lei tutte le mattine, costantemente, ha sempre continuato a darmi il buongiorno facendo capolino dietro le finestre di casa.

Finché, durante una mite domenica di gennaio mi sono sentito dire…

”Hey! Perché non andiamo al Barone?”

Il Monte Barone viene considerato da molti come la montagna simbolo della Valsessera (sì, oggi sconfiniamo leggermente dalla Valsesia…), la sua cima supera di poco i 2000 m di quota, ma la posizione particolarmente isolata permette di godere ugualmente di un panorama a 360° su gran parte dell’arco alpino occidentale arrivando sino ai laghi ed alla Pianura Padana. Ciò che potrete vedere non finisce qui…Se ne disponete vi consiglio di portare con voi un buon binocolo perché nelle giornate più limpide si possono addirittura scorgere gli Appennini Liguri!

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L’itinerario che ho percorso inizia dalla località Piane raggiungibile comodamente in auto seguendo la strada che sale da Coggiola; la prima parte del sentiero alterna tratti in salita ad altri in falsopiano e vi permette di giungere in breve tempo al Rifugio La Ciota. Il rifugio è stato ricavato ristrutturando una vecchia Casa del Corpo Forestale e rappresenta un comodo punto d’appoggio quando sarete sulla via del rientro.

Il sentiero prosegue alla destra del rifugio (prestate attenzione al cambio di numerazione: fino al Rifugio La Ciota dovrete seguire il segnavia G1. Oltre il sentiero di riferimento sarà il G8) e percorrendo alcuni ampi tornanti esce dal bosco di larici e vi conduce ad un tratto panoramico in cui la vista si aprirà sul vallone del Monte Barone e dal quale si può avvistare il rifugio posto al di sotto della cresta finale che conduce alla vetta.

Proseguendo lungo il sentiero si giunge in prossimità di un tratto in roccia attrezzato con corde fisse ed una volta superatolo si può giungere agevolmente tramite sentiero al Rifugio Monte Barone. Il percorso oltrepassa il rifugio e prosegue dritto lungo la massima pendenza del pendio verso la Bocchetta di Ponasca presso cui si incrocia il sentiero proveniente dalla vicina Punta delle Camosce; oltre la bocchetta si svolta a sinistra e si risale il tratto terminale della cresta che conduce alla cima.

Solo una volta sbucato in vetta ho realizzato in pieno quanto la particolare posizione isolata della montagna regali un senso di libertà e verticalità pazzeschi permettendomi di poter ammirare un panorama senza eguali. Volgendo lo sguardo a nord-ovest sono stato catapultato al centro di un maestoso ed immenso anfiteatro naturale mentre il Monviso, il Gran Paradiso, il Monte Rosa, i Mischabel, le Alpi del Vallese e Ossolane, il Bernina e l’Adamello mi hanno accolto in un grandioso abbraccio.

_DSC2896Il mio sguardo si è quindi posato verso sud, verso le cime vicine e sulla cresta di Sud-Est del Barone, la cresta che dal Monte Gemevola corre veloce sottile ed affilata verso la Punta Pissavacca e da qui sale alla Punta delle Camosce per poi scendere alla Bocchetta di Ponasca e terminare il suo percorso proprio sulla vetta da cui la osservo. In quel momento mi sono reso conto che il ritorno al Barone non è stato casuale, che questa montagna mi ha chiamato per accogliermi e mostrarmi la sua reale bellezza, una bellezza che fino ad allora non ho saputo cogliere in pieno.

In quel momento mi sono reso conto che il mio ritorno al Barone non sarebbe stato un episodio sporadico.

IMG_1820La discesa dalla vetta può avvenire per il primo tratto seguendo il percorso seguito in salita, fino al rifugio Monte Barone, da qui è possibile seguire un secondo itinerario (indicazioni nei pressi del rifugio) che permette di effettuare un percorso ad anello attraverso paesaggi molto suggestivi e ricongiungersi alla prima parte dell’itinerario seguito in salita nei pressi del Rifugio La Ciota. In alternativa a questo percorso è possibile anche scendere l’itinerario seguito all’andata.

Precedentemente ho definito la mia esperienza al Monte Barone come un ritorno ed un abbraccio. Spesso queste espressioni sono legate insieme, simboleggiano azioni conseguenti l’una all’altra. Sì, perché spesso in occasione di un ritorno si viene abbracciati, accolti nuovamente dall’affetto di chi ha voluto e saputo attenderci dopo un periodo di lontananza. Tornare, dopo molto tempo, sulle pendici di questa montagna mi ha trasmesso proprio questo genere di sensazione: essere ri-accolto. Sotto lo sguardo amorevole delle sue sorelle più grandi che hanno ispirato ed incoraggiato questo incontro.

Pensateci. Questo avviene ogni volta che ciascuno di noi si reca in montagna oppure entra in contatto con la natura; la montagna e la natura abbracciano l’uomo e lo accolgono permettendogli di godere della loro bellezza. Una bellezza semplice, essenziale, a volte fragile, ma non per questo non degna di ammirazione e rispetto. Un’ammirazione ed un rispetto che troppe volte noi umani scordiamo di dover avere nei confronti di questa natura che troppo spesso maltrattiamo.

Consigli tecnici:

Il percorso è percorribile senza particolari difficoltà. Il periodo consigliato per salire al Monte Barone spazia dal maggio ad ottobre. L’inverno particolarmente mite mi ha permesso di poter salire anche a gennaio, ma durante questo periodo vi consiglio di prestare particolare attenzione all’innevamento (evitate di salirvi in seguito a periodi di forti nevicate) ed alle condizioni del tratto terminale (ghiccio) ed attrezzarvi con ramponi o ramponcini.

Il Rifugio La Ciota è sempre aperto, mentre il Rifugio Monte Barone è aperto nei fine settimana di giugno, luglio e settembre e tutti i giorni durante il mese di agosto.

Segnavia: G1 + G8
Partenza: Piane di Rivò (Coggiola) 950 m
Arrivo: Monte Barone di Coggiola 2044 m
Dislivello: 1094 m

 

Res di Varallo

Res-piro di serenita’

Il primo scritto non poteva non essere dedicato ad un luogo del cuore. Ad una delle tante montagne disseminate per la mia amata Valsesia. Uno di quei luoghi che attraverso la sua semplicità riesce a cancellare ogni tipo di pensiero negativo restituendovi un senso di pace interiore pazzesco. Credetemi, quanto vi ritroverete sulla via del ritorno verso la quotidianità non potrete far altro che voltarti indietro cercando di cogliere ancora per un attimo quell’aria leggera e frizzante che vi ha fatto sentire tremendamente bene.

DSC_0599Il Bec D’Ovaga o Res, dall’alto dei suoi 1630 m guarda Varallo Sesia e le sue frazioni permettendovi di osservare i magnifici panorami della bassa e dell’alta Valsesia, la parete sud del gruppo del Monte Rosa e nelle giornate più limpide, anche le catene delle Alpi Svizzere. Lo si può raggiungere imboccando il sentiero che si stacca dalla strada carrozzabile che unisce le frazioni Crevola e Parone oppure salendo in auto fino ai vasti prati della località Casavei dove termina la carrozzabile stessa.

In questa occasione ho deciso di salire in auto fino a Casavei, ma per chi lo volesse consiglio vivamente di prendere il sentiero più in basso, in questo modo potrete godervi maggiormente la bellezza dei boschi circostanti: durante le giornate soleggiate si possono ammirare meravigliosi giochi di luce formati dai raggi solari che filtrano attraverso le fronde degli alberi.

La prima parte del percorso sale rapidamente attraversando un folto bosco di faggi sino a giungere all’Alpe Campo; qui, piano piano, la foresta si trasforma e le latifoglie lasciano gradualmente il posto alle conifere. La mulattiera continua a salire superando i resti di alcuni alpeggi abbandonati sino a giungere all’Alpe del Pastore, dove un maestoso tiglio domina lo spazio antistante le costruzioni ormai diroccate. Quello che, a prima vista, vi sembrerà un luogo qualunque saprà regalarvi sensazioni uniche.

Fermatevi.
Respirate profondamente.
Fate in modo che il battito cardiaco rallenti.

Gli unici rumori che potrete sentire saranno il rumore dell’acqua che sgorga dalla fontana nelle vicinanze ed il fruscio del vento tra le foglie del grande tiglio.

Dopo tutto vi sembrerà diverso, le tensioni si scioglieranno, i problemi attenueranno il loro peso e vi sentirete più leggeri.

E grazie a questa leggerezza vi sembrerà di volare mentre supererete gli ultimi tornanti che precedono il Rifugio Spanna-Sella. Una volta superata la costruzione sulla sinistra, guadagnerete rapidamente la vetta percorrendo un tratto di cresta lievemente esposto.

Lassù, su quel piccolo spazio di roccia, quasi magicamente, il panorama si aprirà intorno a voi a 360 gradi. Infatti, nonostante i suoi modesti 1630 m d’altitudine, la Res gode di una posizione particolarmente privilegiata, che vi permetterà di godere di una vista spettacolare che difficilmente riuscirete a togliervi dagli occhi.

Il ritorno potrà avvenire sullo stesso itinerario percorso in salita, ma prima di tornare alle auto sarà d’obbligo fare tappa al rifugio (gestito e mantenuto efficiente dalla locale sezione A.N.A.) dove un alpino dal volto volto bonario sarà pronto ad offrivi un piatto caldo ed un buon bicchiere di vino rosso che sapranno ristorarvi cuore, muscoli ed animo.

Sicuramente non rappresenta nulla di eclatante a livello alpinistico, ma ciò che la Res vi lascerà in eredità andrà oltre la prestazione fisica: sarà un’emozione unica.

Immediatamente, quando muoverete i primi passi sul sentiero respirerete una piacevole sensazione di serenità osservando la flora intorno a voi. Per non parlare di quando sarete in vetta…beh…quando sarete in vetta, provate e mettetevi in piedi accanto alla croce, allargate le braccia e chiudete gli occhi. Sentirete solamente il vento fresco e leggero sferzarvi il viso ed in men che non si dica vi sembrerà di volare insieme ad una delle aquile che spesso volteggiano nel cielo sopra alla Res…

In un mondo sempre più frenetico, sempre più votato all’apparenza e all’ostentazione, luoghi come questo sono in grado di rompere gli schemi, sono in grado di restituire il giusto valore alle cose più umili, vi insegneranno ad andare oltre le apparenze, a guardare più in profondità sia dentro che fuori di voi. Vi ricorderanno che, come dice il Piccolo Principe, l’essenziale è invisibile agli occhi, o meglio, a volte si rende invisibile ai nostri occhi per spingerci a cercarlo più approfonditamente e far si che ne possiamo apprezzare in pieno la sua reale bellezza.

Consigli tecnici:

Il percorso è percorribile regolarmente tutto l’anno e senza particolari difficoltà, ma in caso di innevamento il tratto tra il sentiero e la vetta deve essere percorso con attenzione.

Segnavia 605

Partenza: Crevola (Varallo) 441 m

Arrivo: Res o Bec D’Ovaga 1630 m

Dislivello: 1190 m

 

Autore:

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