Prima esperienza: viaggio in treno con un neonato!

Per qualcuno potrebbe essere follia, per altro qualcosa di molto simile all’ordinario. Nel mio caso, invece, è stato un viaggio che mi sentivo di riuscire a fare ma che ha comportato, comunque, una buona organizzazione alle spalle. E non vi preoccupate, è risaputo che a tutti i bambini piace il dondolamento, il mio piccolo in particolare, subisce l’effetto soporifero dei mezzi di trasporto, in auto ad esempio dorme beato, salvo traffico e semafori rossi.

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DATI TECNICI.

Tratta: Ancona- Cuneo, 3 cambi treno

Noah: 1 mese e mezzo

Bagagli: 1 valigia, zaino del cambio con portafoglio e fascia, passeggino e ovetto.

L’ORGANIZZAZIONE

Sui treni funziona un pò con il “chi prima arriva meglio alloggia”, in questo caso, meglio posiziona i bagagli, molte persone sono dell’idea che con il treno, a differenza dell’aereo, si possa trasportare tutta la casa, quindi spesso le cappelliere sono piene e quindi si è costretti a sistemare il bagaglio un pò più lontano dalla seduta, quindi preparate una piccola borsa con l’occorrente per il piccolo, da posizionare ai vostri piedi.

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L’organizzazione è stata molto semplice: per gli spostamenti ci siamo sempre mossi con il passeggino mentre in treno siamo stati nella fascia ( il passeggino in treno deve rimanere rigorosamente chiuso).Allattando a richiesta ho cercato di far coincidere il momento della poppata nella mezz’ora prima dei cambi in modo tale da non avere un bambino urlante per la stazione. Il cambio invece l’ho fatto dove possibile bei bagni adibiti alla stazione, diversamente sul treno.

Il consiglio è quello di viaggiare in due, per un semplice motivo: l’accessibilità ai treni è per lo più imbarazzante. I treni regionali hanno l’ingresso ad altezza banchina e rimangono sullo stesso piano, in modo tale da non dover sollevare e scavalcare nulla per poter salire. Con le frecce, invece, il discorso è diverso. Per poter accedere al treno ci sono sempre due o tre gradoni nemmeno troppo vicini alla banchina che richiedono quindi uno sforzo non indifferente a meno che non ti faccia accompagnare da qualcuno (come nel mio caso) che faccia da sherpa.

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Se avessi dovuto prendere invece solamente 1 treno, probabilmente mi sarei affidata agli altri gentili passeggeri che ho scoperto essere molto disponibili quando vedono una mamma con un bambino.

67ea4b08-4c4d-4436-9de0-2bef01867f0fGLI INDIMENTICABILI

  • Se vostro figlio/a prende il ciuccio ricordatevi di portarne almeno 2. Se uno vi cade a terra potete salvare il viaggio e le orecchie degli altri passeggeri con il secondo.
  • Fasciatoio portatile
  • Salviettine a non finire
  • Dei giochini (non carillon)

Come scegliere lo zaino giusto per il viaggio?

backpacks-1888879_1920Se e’ la prima volta che vi approciate a una vacanza zaino in spalle, questa domanda vi sembrera’ di una difficolta’ estrema. Almeno per me la prima volta e’ stato cosi’: meglio un po’ piu’ grande che almeno ci metto piu’ cose? No, forse meglio piu’ piccolo cosi’ mi costringo a portare meno. Ma devo veramente spendere cosi’ tanto per uno zaino? E quelli che ci sono a basso costo faranno veramente cosi’ schifo?

Non so se ci siamo capiti, ma queste erano solo una parte delle domande che per i mesi pre partenza mi hanno frullato e sconquassato la testa.

Dunque, non preoccupatevi, habemus risposte!

Sbagliando si impara, ed e’ stato proprio provando diversi zaini che sono arrivata a capire prima di tutto le vitali differenze che ci sono tra i diversi modelli. Partiamo pero’ da un presupposto: questi suggerimenti nascono per chi pensa di intraprendere una vacanza zaino in spalla, dove si presume che ci siano delle condizioni di vitto e alloggio pre-esistenti. Le caratteristiche che stiamo per vedere non contemplano la necessita’ di doversi portare a spalle anche la tenda e i vivere ( in quel caso siamo su zaini da 80 + 10 L, quelli degli scout per intenderci!)

REGOLE DI BASE

Prima di passare alle caratteristiche tecniche che un buon backpack dovrebbe avere, ci sono dei principi base grazie ai quali potrete comunque restringere la scelta tra le centinaia di opzioni disponibili.

Meno e’ meglio

Questo è il principio fondamentale su cui basare la scelta del backpack meno è meglio! Quindi più piccolo sarà lo zaino, meno sarete invogliati a portare con voi cose inutili. Non c’è molta differenza nel preparare uno zaino per un viaggio di un mese da quello di un anno. Sapete perché? Perché i vestiti si possono lavare, buttare, ricomprare e anche scambiare, esattamente come fareste a casa!

Mai risparmiare troppo

Potete risparmiare sui voli, alloggi, noleggio dell’auto ma non troppo sullo zaino. Anche se non è necessario acquistare il più costoso in commercio, la qualità del materiale è davvero importante, dato che dovrete portarlo sulle spalle per molto tempo. Quindi puntare su marche specializzate in viaggi o escursioni potrebbe essere un ottimo investimento. I più diffusi e conosciuti sono Osprey, DeuterFerrino, Salewa, alcuni modelli Quechua di Decathlon sono ottimi e Rei, un brand americano che consegna anche in Europa.

Assicurarsi delle proprie proporzioni

Lo zaino dovrebbe tenere in conto prima della quantità di cose che deve contenere, del vostro peso, altezza e proporzioni. Quindi ad esempio se siete alti 1.68 cm come me, uno zaino da più di 55L può rivelarsi davvero una condanna. Per viaggi a lungo termine non dovrebbero superarsi i 55L per le donne e i 60L per gli uomini in totale, contando quindi sia il corpo dello zaino che l’eventuale zainetto per la macchina fotografica o per altri accessori. Credeteci, saranno più che sufficienti.

Le caratteristiche di uno zaino di qualita’

  1. Cerniere con lucchetto. Alcuni zaini specialmente quelli a “pozzetto”, non possiedono cerniere che possono essere chiuse con dei lucchetti. Il che va bene se andate a fare un’escursione di qualche giorno, ma è del tutto sconsigliato per motivi di sicurezza se viaggiate zaino in spalla per molto tempo, soprattutto se dormite nei dormitori e negli ostelli. Uno zaino è sicuro solo se tutti gli scompartimenti o quasi possono essere chiusi a chiave.
  2. Multi tasche interne. ll vostro zaino conterrà una miriade di cose differenti. Avere alcuni scompartimenti interni per tenere separati documenti, cavi, o vestiti sporchi è davvero indispensabile e vi aiuterà anche a trovare le cose facilmente.
  3. Waterproof. E’ importante che lo zaino sia resistente all’acqua per evitare in caso di pioggia di trovarsi tutti i vestiti bagnati. Molti backpack sono anche dotati di borsa impermeabile per ricoprirli, in alternativa potete acquistarla separatamente.
  4. Sostegno rigido per la schiena (scheletro di metallo). Negli anni ’70 questo sostegno era esterno (come quello che vedete nella foto sopra). Oggi però la maggior parte dei backpack di una certa qualità ce l’hanno invisibile interno. Aiuta a distribuire uniformemente il peso sulla schiena e a mantenere una postura corretta.
  5. Cintura per supporto lombare e spalline regolabili. Idem come sopra la cintura serve a caricare il peso su fianchi e ad alleggerire il lavoro di spalle e cervicale. Alcuni zaini sono dotati anche di tasche interne comode per inserire oggetti che avete bisogno di avere spesso a portata di mano. Le spalline aiutano ad adattare lo zaino alla vostra altezza soprattutto nel caso di modelli unisex.
  6. Cinghie di compressione. Le cinghie aiutano a comprimere il contenuto e diminuire le dimensioni per farlo entrare magari nelle misure del bagaglio a mano o semplicemente farlo chiudere. Quello che abbiamo scelto noi (leggete sotto) ha sia quelle interne che esterne.

Il mio zaino da viaggio

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Rullo di tamburi… io ho optato per questo modello (nella versione femminile) che ho scoperto essere poi la scelte di altre 4 ragazze con cui ho condiviso il pulmino da Bangkok ad Ayutthaya! Mi sono trovata trovata bene e l’ho utilizza in piu’ situazioni: direi leggero quanto basta, molto ben strutturato, economico ma non troppo e spendibile in diversi contesti.

Fammi sapere che cosa hai invece scelto tu, sei hai dubbi o domande 🙂

 

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Baia di HaLong

Palme tutto intorno, e statue di delfini. Sembra di essere in California!

Ci avviciniamo al molo per gli imbarchi, scarichiamo le valigie, ed entriamo nella sala apparecchiata per il pranzo della nave che ci porterà in crociera sulla Baia di HaLong per due giorni. Sulla barca con noi, un’enorme comitiva di malesiani, un gruppetto multietnico di ragazzi giovani, dei tedeschi che abbiamo già incontrato in Laos. Dopo le indicazioni per l’assegnazione delle cabine e per la prossima escursione, il personale di bordo si dà da fare per servire il pranzo a molte persone in uno spazio parecchio ristretto. Esco per scattare qualche fotografia alla città in lontananza: un’alternanza di edifici bassi e grattacieli, dietro alla foschia. Siamo fortunati: la giornata è splendida, il sole spacca le pietre, mentre di solito qui regna la nebbia. Anche se credo che non mi sarebbe dispiaciuto vedere la baia ammantata da bianco mistero.

Cominciamo ad allontanarci dal porto, e subito ci ritroviamo circondati da centinaia di faraglioni di ogni forma e dimensione: il panorama è davvero suggestivo e molto molto rilassante. La stagione non è alta, perciò le barche in mare non sono moltissime. Dopo il pranzo passiamo per la cabina: la nostra ha il balcone! Devo cambiarmi per l’escursione, ma giuro che rimarrei su questa brandina al sole a godermi il vento tra i capelli, il silenzio e la pace dei sensi che questa vista mi trasmette. I faraglioni, o piccole isole, che sorgono dalle azzurrissime acque del mare, sono color della roccia. Sulla maggior parte di essi, è cresciuta della vegetazione bassa e irregolare: sembrano tante testoline piene di ricci!

Scendiamo dalla nave per salire su un’imbarcazione più piccola, che ci porta su una piattaforma. Qui c’è un allevamento di ostriche per le perle. Mentre gli altri ascoltano con attenzione la guida che racconta il processo di produzione di una perla, noi facciamo un giro veloce e saltiamo sul primo kayak a disposizione! Io e mio marito bisticciamo per trovare la coordinazione delle due pagaie. Alla fine, con calma e pazienza, troviamo il giusto ritmo che ci porterà all’ombra del faraglione più vicino. Il sole, non più tanto alto, riflette i suoi raggi caldi sull’acqua; le impercettibili onde mi cullano; le barche azzurre e arancioni in lontananza, di quelle che finora avevo visto solo nelle foto della Thailandia su Instagram, mi regalano la sensazione di essere entrata in un mondo che prima avevo solo immaginato. Mi rilasso e respiro a pieni polmoni il profumo del mare. Ogni tanto un altro kayak ci taglia la strada in velocità, e mi fa tornare alla realtà.

Quando risaliamo sulla piattaforma, mi imbatto in una macchia coloratissima di canoe arcobaleno. Sullo sfondo, le piccole isole: quelle davanti sono più nitide e chiare, quelle dietro sembrano più piccole, e man mano che si allontanano, sempre più scure e appannate dalla foschia marina.

La seconda escursione prevede la visita all’isola di Ti Toc, un ufficiale russo a cui questo posto è stato dedicato. Una dozzina di minuti e qualche centinaia di scalini dopo, siamo sulla cima dell’isola ad ammirare increduli il tramonto sull’intera baia. Rimarrei qui per sempre. Ed effettivamente, aspettiamo che la gran parte delle persone comincino a scendere, fino a goderci quel paradiso quasi da soli, mio marito e io. Aspettiamo fino a che la palla rossa, in pochissimi secondi, scompare completamente, fagocitata dall’orizzonte.

Torniamo sulla nostra nave per la sera, ma in realtà la giornata non è ancora giunta al termine. Prima di gustare un romantico aperitivo al buio sul ponte della barca, gli ospiti sono invitati al corso di cucina a cielo aperto. Stasera: involtini primavera! Immortalo mio marito nelle vesti di chef orientale, e lo porto con me a sorseggiare un dolcissimo mojito mentre guardiamo il mare di notte.

Dopo cena, voglio andare a godermi il nostro balcone, così mi armo di libro e mi metto comoda sul lettino all’aperto. Il senso di tranquillità che provo in questo momento, e il vocìo degli altri passeggeri al piano superiore, mi conciliano il sonno tanto da farmi addormentare lì, sotto le stelle, in mezzo al mare, lontano dalla vita reale.

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Il giorno successivo si apre con un’altra uscita: stavolta andremo a vedere la grotta Hang Sung Sot. Umidità e suolo scivoloso fanno da padroni, ma è un fastidio ampiamente ripagato dal paesaggio che ci troviamo davanti. Un paesaggio lunare, quasi fantascientifico. Cupole, cave, corridoi, là dove stalattiti e stalagmiti si incontrano. Il calcare in alcuni punti ha formato delle grezze sculture nella roccia, che ricordano ora un leone, ora un elefante, ora un cuore, o due persone che si baciano. A ogni passo, a ogni spazio che attraverso, devo trattenere, per non sembrare pazza tra la gente, un’esclamazione di stupore e meraviglia. Il nome del luogo in italiano è “grotta della sorpresa”, e, con vera sorpresa, ha superato ogni mia aspettativa.

La baia di HaLong era una delle immagini che mi aveva portato a scegliere il Vietnam come meta per questo viaggio, ed effettivamente, tra panorami mozzafiato e sensazioni tra le più positive, questo posto mi ha fatta sentire perfettamente in pace con la natura e con me stessa. Insomma, Baia di HaLong promossa a pieni voti!

 

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Vietnam – Hanoi

Quando arriviamo ad Hanoi è ormai sera. Dall’aeroporto al centro della città è un bel pezzo, e un’eternità il tempo per percorrerlo. Passiamo sotto agli archi triangolari del ponte giapponese, che sono illuminati e cambiano colore. Ben presto mi rendo conto che non è la distanza la causa dell’ora e mezza che ci impieghiamo per raggiungere l’hotel, ma il traffico. Centinaia di auto in coda affollano disordinatamente le corsie, che sono tre, o forse quattro. Non capisco, perché nessuno occupa il suo posto, tutti cercano di sovrastare gli altri. La città è frenetica, e, dopo essermi abituata alla pace e al rispetto delle regole in Laos, per me è uno schiaffo in faccia.

Visto che è fine settimana, dopo cena decidiamo di uscire a piedi per immergerci nella movida vietnamita. La città vanta alcuni laghi al suo interno, e noi ne abbiamo uno a 20 minuti di cammino dall’albergo. Mentre passeggiamo, ci è impossibile non notare la marea di motorini che sfrecciano per le strade.

Dobbiamo attraversare. Scendiamo dal marciapiede, sicuri della precedenza concessa dal semaforo verde, ma all’improvviso qualcosa di inaspettato. I motorini non si fermano neanche al semaforo rosso! Sfrecciano, ti schivano, ti tagliano la strada, suonano il clacson. Non vedo l’ora di essere al parco del lago, chiuso al traffico, dove ci saranno solo persone a piedi. Ma quando arriviamo, subito siamo investiti da migliaia di persone, che passano, ti spintonano, ti pestano i piedi, ti prendono a spallate per passare.

Ok, forse sono solo stanca, forse mi devo solo abituare a questa frenesia, forse ho solo bisogno di dormire e rimandare a domani i buoni propositi.

Siamo al lago, e, mentre mio marito esplora le funzioni della macchina fotografica, io mi siedo su uno sgabello minuscolo che individuo sulla riva. Sto lì appena qualche secondo, prima che una signora mi faccia alzare: sta vendendo dell’indecifrabile roba da mangiare, che prende da un contenitore di bambù, e io ho inadeguatamente occupato uno sgabello del suo raffinatissimo bar improvvisato sul pavimento.

Nonostante la mia pace interiore vacilli, penso che la vista mi piace, la passeggiata anche.

Qui, persone che non si conoscono si mettono in cerchio e giocano a tirarsi un volano con i piedi. Lungo la strada, moltissime postazioni di karaoke. Scopriamo che questo è il principale divertimento dei vietnamiti (la città è piena di gigantesche insegne di karaoke nei locali) perché la discoteca è vietata, così cantare è la loro alternativa.

La giornata successiva si apre con una passeggiata a piedi tra i vicoli della città. Alcuni sono talmente stretti e bui, da dover tenere le luci stradali accese. Passiamo in mezzo ad abitazioni fatiscenti, davanti a minuscoli bar, ingarbugliatissimi fili della corrente, motorini parcheggiati in ogni angolo. E poi mercati: bancarelle dappertutto. Vendono frutta, soprattutto, ma anche carne, pesce, insetti. Spesso sono solo contenitori posati direttamente e terra, e chi vende siede su uno di quegli sgabelli piccolissimi. I mercati mi piacciono: rendono tutto più colorato! Le persone che acquistano arrivano in motorino, fanno le loro richieste senza neanche scendere dalla sella, pagano, e ripartono. Il motorino non lo hanno nemmeno spento.

Nei vicoli, i balconi quasi si toccano, il bucato è steso sulla strada, il sole è coperto con dei teli, e gli avvisi pubblici sono scritti su lavagne tutte scrostate. E c’è sempre qualche signora con il cappello conico, il non la, che passa con un’asta sulla spalla a cui sono appesi due recipienti pieni di merce da vendere. E’ una delle immagini classiche del Vietnam, e mi piace da morire!

Arriviamo sulla via principale: dobbiamo camminare in tre. Per farlo, scendiamo dal marciapiede, in balia dei mezzi che sfrecciano. Sì, perché qui i marciapiedi contengono le radici degli alberi, gli scooter parcheggiati (mille!), e gli sgabelli dei bar, su cui siedono decine e decine di uomini. Le donne, a quest’ora, lavorano.

Sono elettrizzata: stiamo per entrare nel tempio della letteratura! La porta che dà accesso al giardino è bianca, e presenta delle scritte in caratteri cinesi. Il Vietnam è stato sotto il dominio della Cina per un migliaio di anni, e la cultura cinese si respira in ogni cosa. Nella fisionomia delle persone, nelle scritte su templi e pagode, nelle lanterne a ogni angolo della strada, nei simboli, nelle tradizioni. In realtà anche la lingua vietnamita utilizzava gli ideogrammi, prima. Poi i francesi, conquistata l’Indocina alla fine del 1800, trovando quelli orientali troppo difficili, hanno imposto i caratteri occidentali per la scrittura vietnamita, diversificando la pronuncia per lettere uguali con accenti e altri segni.

Il giardino ha un bel prato verde, alberi secolari dai tronchi intrecciati, frutti e fiori coloratissimi, un laghetto con fiori di loto e carpe che nuotano. Nel cortile c’è una scolaresca: tanti bambini con dei fogli in mano, interrogano i turisti. Stanno imparando l’inglese.

Passiamo un’altra porta. Sui gradini un monaco anziano, vestito di marrone, seduto in meditazione, con gli occhi quasi chiusi, si concentra come se attorno a sé nulla stesse accadendo.

All’interno del tempio, sul trono, c’è lui, il guru della filosofia orientale, colui che tutti conoscono e tutti studiano: Confucio. Porta le mani giunte una sull’altra. Le maniche larghe, che scendono morbide dai gomiti, e il cappello che porta in testa, gli conferiscono un’aria sacra. Davanti a lui, vasi, fiori, incenso, e mani di Buddha. La mano di Buddha è un frutto ornamentale, un agrume giallo sbiadito, che ha la forma di dita raccolte, e si utilizza come offerta nei templi. Accanto a Confucio, si trovano i suoi discepoli più dotati, coloro che hanno contribuito a diffondere la sua dottrina nel tempo.

Allora ci accorgiamo che non solo il Buddhismo, ma anche la filosofia, i precetti di buona vita, sono fondamentali, e sacri, per queste persone. Il Confucianesimo, diffuso in Vietnam attraverso il dominio cinese, è la filosofia morale che sta alla base dei rapporti familiari e, in senso più esteso, delle relazioni umane. Detta regole sociali, ed è paragonabile a una religione.

Inoltre, questo tempio è stato sede della prima Università vietnamita, frequentata da studenti di famiglie nobili.

Notiamo la presenza ricorrente di quattro animali, che ritroveremo spesso, e che hanno un significato ben preciso: il dragone simboleggia la forza e il potere, è raffigurato spesso con la bocca aperta e baffi sottilissimi; l’unicorno è la fortuna, e ha una fisionomia completamente diversa dall’unicorno occidentale: ha un muso tondo e la criniera, e un piccolo corno arrotondato sopra la testa; la fenice è il simbolo della bellezza e dell’eleganza femminili; la tartaruga è la longevità.

Tornando con i piedi per terra, passiamo dalla letteratura alla storia: il museo etnologico ci svela i moltissimi gruppi minori che vivono nelle zone del Vietnam, sulle montagne soprattutto. I loro costumi sono colorati, portano delle stoffe sulla testa, e tutti sembrano anziani. Scopriamo l’evoluzione della forma delle abitazioni, i segreti sulla costruzione di strumenti per la pesca, e sulla struttura del non la. L’etnologia e l’antropologia mi hanno sempre affascinata!

E’ il momento di passare, invece, dalla storia alla politica: ci avviciniamo a un edificio enorme tutto bianco e perfettamente squadrato, con davanti un’enorme piazza rettangolare, guardie a ogni angolo. E’ il mausoleo di Ho Chi Minh. All’interno dell’edificio non si può entrare; l’accesso è previsto per i giardini di un’abitazione in cui il presidente ha vissuto per un periodo della sua vita. Il giardino è bello vasto e molto gradevole, con numerosi esemplari vegetali e scoiattoli dalla coda rossa che bene si mimetizzano tra i rami degli alberi.

Alla domanda di mio marito, che chiede se in Vietnam gli scoiattoli si mangiano, la nostra guida risponde con un piuttosto inquietante “qui mangiamo tutto ciò che si muove”. Al momento l’affermazione ci spiazza, suscitando un pelo di ribrezzo. Capiremo più avanti, imparando a conoscere meglio questo Paese e la sua storia, le ragioni della sua coraggiosissima gente.

Camminiamo per un po’ lungo un viale quasi deserto che porta a un accesso negato, godendoci tutto il silenzio che sarà interrotto tra poco dal gruppo di rumorosissimi cinesi, che abbiamo davanti quando giriamo intorno all’abitazione di Ho Chi Minh: una modesta ed elegante palafitta arredata in legno, con oggetti dal gusto un po’ antico.

Non lontano dagli edifici dedicati all’uomo politico più apprezzato in Vietnam, sorge una piccola pagoda costruita su un unico pilastro, e che si trova circondata da un porticato tappezzato di vignette che raccontano azioni di vita quotidiana e relative conseguenze. Ci lasciamo attirare dalle scenette, e cerchiamo di imparare i precetti di retta vita che stanno alla base della società orientale, senza renderci conto del tempo che passa.

Torniamo a immergerci nel centro della città. Avevo visto qualche immagine di un binario della ferrovia nel bel mezzo del caos cittadino, prima di partire: stiamo andando proprio lì!

Appena si raggiunge la stradina su cui è posizionato il binario, si ha la sensazione di essere fuggiti dalla città: niente motorini, niente clacson, nessun venditore all’angolo della strada. La via è stretta, tanto da contenere il binario e forse un paio di metri ai lati. Tutto intorno: case! Sì, sono delle coloratissime abitazioni, e la gente ci vive. Alle 15:20 passa il treno, perciò decidiamo di aspettare i 20 minuti che mancano. Nel frattempo mi perdo a scattare fotografie: una panoramica, il particolare di un murale arcobaleno, la tabella degli orari dipinta sul muro. Una piattaforma con uno scalino su cui sedersi. Su di essa aleggia una scritta, in inglese. Dice che tutti possono ripararsi dal passaggio del treno sul quel gradino: persone di ogni taglia, ogni colore, ogni cultura, ogni religione. Sul pavimento, la scritta “adventure in out there”. Passeggio sul binario, e, come me, altre decine di persone. Si siedono, si mettono in posa, una foto di faccia, una da dietro, una più accattivante. Ritraggo una signora canuta, che cammina sul marciapiede, con un abito lungo verdone a fiori bianchi. Ha una fisionomia fantastica. E’ immersa nei suoi pensieri. Le faccio qualche fotografia, senza farmi vedere.

Mentre tutti siamo ancora affaccendati a scattare a destra e a manca, esce una ragazza dal bar (sì, c’è anche un bar della stazione!) e, gridando, annuncia l’arrivo del treno, ordinando di sgombrare il binario. In lontananza lo avvistiamo, è sempre più vicino. Per non so quanti interminabili secondi le orecchie fischiano, il vento spettina i capelli, il bucato sui piccoli balconi poco lontani dal suolo svolazza: un enorme treno rosso sta sfrecciando alla velocità della luce a un centimetro dal tuo naso!

D’un tratto, la quiete dopo la tempesta. Torna il silenzio. Per un attimo, il fiato resta sospeso, poi il sollievo sul volto di tutti. E il binario, vuoto per pochi attimi, ricomincia a riempirsi di gambe scoperte, zaini in spalla e macchine fotografiche curiose. Pericolo scampato, la vita riprende a scorrere. Assolutamente il mio posto preferito ad Hanoi!

La passeggiata riprende: altri vicoli, altri mille volti, altri colori, altre luci. Il quartiere vecchio è caratterizzato dalla suddivisione delle vie per mestiere: ogni isolato porta il nome della merce che viene lì commerciata, tutto in artigianato rigorosamente locale.

Il tempo di vedere una chiesa cattolica, molto simile a quella di Notre Dame a Parigi, prendere un caffè in una bottega locale, e in un attimo siamo sul Lago della Spada Restituita. Leggenda vuole che il re Le Loi fosse stato aiutato a liberarsi dal dominio cinese, da una spada emersa dall’acqua, e che una tartaruga enorme, una volta ottenuta la vittoria, fosse salita dalle acque per venire a riprenderla. Molto tempo dopo, durante il dominio francese, viene costruita una torre sul minuscolo isolotto al centro del lago, che ora porta il nome di Torre della Tartaruga, e che rappresenta un magnifico esempio di convivenza tra architettura occidentale e orientale.

Un minutino ad ammirare il lago in mezzo alla folla sul Ponte Rosso, e arriva il momento dello spettacolo delle marionette nell’acqua, al teatro proprio qui di fronte.

Molti visi occidentali attorno a me. Prendiamo posto. Le luci della ribalta si accendono illuminando i cantanti e i musicisti ai lati del palco, sommerso d’acqua. I canti sono in lingua vietnamita, incomprensibili, ma il ritmo è piacevole. Lo spettacolo è composto da scenette che hanno al centro personaggi diversi: uomini, donne, dragoni, pesci… Tutte marionette. E tutte sapientemente guidate da sotto l’acqua. L’idea è molto particolare, e veramente interessante. La durata, 45 minuti, troppo lunga. Non capendo i canti, le trame, i dialoghi, dopo un po’ ho rischiato l’assopimento.

Non importa: non potevamo lasciare Hanoi senza averlo visto.

 

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Laos – Vientiane

Voglio confessarlo: il primo impatto con l’Indocina non è stato dei migliori.

Arrivo a Vientiane, la capitale, dopo due scali e innumerevoli ore di volo. In Italia sarebbero le 6 del mattino, in Laos sono le 11. L’auto viene a prenderci all’aeroporto e, senza passare per l’hotel, iniziamo subito il tour. Io indosso un leggings una t-shirt un maglioncino legato in vita e scarpe da ginnastica, e comincio a sudare appena tocco il suolo laotiano: un caldo infernale e un’umidità soffocante, da sommare a una stanchezza disumana.

Ma tutto cambia quando la guida, un uomo gentilissimo e sorridente, ci racconta spezzoni della sua vita: ora è sposato e ha un figlio, che ha chiamato pomodoro perché quando è nato era tutto rosso in viso, ma anni fa era un monaco buddhista. Ne parla come fosse stato il periodo più bello della sua vita, e infatti ci confessa che il suo cammino da monaco, interrotto per necessità economiche della sua famiglia, riprenderà quando il suo bambino sarà diventato più grande, e la moglie lo appoggerà in questa sua coraggiosa scelta.

Più lo ascolto, più la vita di quest’uomo mi affascina.

A Vientiane visitiamo monasteri e luoghi sacri: ogni volta che entriamo in uno di essi, togliamo le scarpe, e ogni volta, al cospetto di Buddha, troviamo un tappeto sul quale non si può sostare in piedi. I buddhisti laotiani, prima di pregare, si inginocchiano, e si inchinano toccando il suolo per tre volte.

Nel cuore della città, visitiamo il Vat Si Saket: fotografo monumenti in un inconfondibile stile orientale, bianchissimi. O coloratissimi. Passiamo davanti all’abitazione dei monaci, e non riesco a smettere di guardarla: vedo ciabatte fuori dalle porte e il bucato steso è tutto arancione. Voglio vedere i monaci. Uno, almeno uno! Si può sperare che qualcosa accada e nello stesso momento averne timore? Beh, ragazzi, io l’emozione che ho provato quando ho visto il primo monaco non la so spiegare…e se ci penso, ho ancora il batticuore!

Il chiostro ospita più di settemila statue di Buddha, di ogni dimensione, in ogni posizione, di ogni materiale. Subito mi dà l’idea di essere un posto d’altri tempi, sbiadito. E infatti è il tempio più antico della città che si sia conservato fino a oggi.

Attraversiamo la strada, ed entriamo nel cortile dell’Ho Phra Kaeo: una lunga strada lastricata. Alla fine, un edificio dalla forma triangolare, rosso e dorato, con decorazioni indescrivibili. Mentre sento gocce di sudore su parti del corpo che non pensavo potessero sudare, raggiungiamo il porticato dell’edificio. Ci corrono incontro decine di bambini in una elegantissima divisa e foulard al collo: dev’essere una scolaresca. Corrono, ridono, e ti contagiano con la loro allegria. I bambini laotiani hanno una fisionomia e una luce negli occhi che, giuro, non dimenticherò mai.

Lasciamo le scarpe e saliamo le scale: sotto al porticato, in un’ordinatissima fila, siedono altri Buddha in meditazione. Ed è subito pace interiore.

E’ quasi pomeriggio, e durante lo spostamento in macchina faccio fatica a tenere gli occhi aperti: sono stanchissima!

Raggiungiamo il That Luang: un tempio talmente grande che l’obiettivo della mia Canon lo contiene a fatica. E’ enorme, e imponente, e tutto dorato! Si può vedere da fuori, ma dentro no. Loro lo chiamano Stupa, e all’interno è custodita una reliquia di Buddha risalente al III secolo a.C. Possono entrare solo i monaci, solo durante l’apertura straordinaria per il capodanno laotiano, in aprile. E’ un simbolo, anzi, il simbolo del Laos. All’esterno, a pochi passi dallo Stupa, alziamo la testa, apriamo la bocca e sgraniamo gli occhi alla vista di un gigantesco Buddha: enorme, dorato, e sdraiato. E’ il celeberrimo Buddha reclinato, ed è veramente maestoso.

Ultima fermata di oggi: la Porta della Vittoria. Ora sì che sembra di essere in città! Davanti alla porta, una grande fontana, che però ora è spenta. La porta somiglia all’Arco di Trionfo, ma più piccolo, e in stile orientale. Saliamo: all’interno, ogni piano è un negozio di souvenir e artigianato locale. In cima, finestre con inferriate che disegnano un Buddha, su quattro lati. La città vista dall’alto (ma non altissimo) ha il suo fascino: l’architettura degli edifici e il verde delle piante e delle palme che sorgono in mezzo ad essi, convivono in un’armonia veramente perfetta.

Il nostro hotel si trova un po’ fuori dal centro della città, ma tanto, anche se mi piacerebbe moltissimo uscire ancora e fare una passeggiata per scovare gli angoli più nascosti di questo posto, ci lasciamo andare a un lungo riposo dopo una doccia ristoratrice. L’accogliente terrazzo della nostra camera affaccia sul Mekong, esattamente nel punto in cui il sole svanisce per lasciare posto alla sera. Anche se non usciamo dall’albergo, sono soddisfatta, perché riesco a godermi con gusto uno dei tramonti più belli e rossi visti in vita mia. Non riesco a distogliere lo sguardo dal cielo, dal paesaggio, dalla meraviglia che mi trovo davanti. Li fotografo una, dieci, cento volte. Voglio immortalare ogni momento, ogni sfumatura.

Il secondo giorno si apre con una colazione condivisa con una squadra dell’esercito in partenza. Noto una ragazza, accanto a un militare in mimetica, che piange lacrime a singhiozzi. Lei guarderà il suo compagno partire, e rimarrà qui, impotente.

Abbiamo il volo per Luang Prabang alle 11:30 (sì, siamo arrivati appena da 24 ore e già ripartiamo), ma prima, a sorpresa, la visita a un altro tempio. Qui, tutto è giallo come la senape, e rosso come l’Oriente. Entriamo, e, tra colonne dorate, ci troviamo davanti una famiglia che si sta facendo benedire da un monaco, per mettere fine alla cattiva sorte che l’ha colpita negli ultimi tempi. Tengono in mano un filo, tutti lo stesso. Un rito, una preghiera, un canto. Poco più in là, in un angolo, un gong più alto di me (giuro, non ci vuole molto!), coloratissimo, pronto a ricevere colpi. La guida ci fa vedere come si suona, e ci spinge a provare: tre colpi, lenti. Poi le mani sul centro del gong, ancora vibrante, e poi sulla testa. E che la fortuna ci accompagni!

 

 

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Indocina – Maldive Pre – partenza

È la mia prima volta. Non ho mai fatto un viaggio così lungo, e forse neanche così lontano: 3 giorni in Laos, 7 giorni in Vietnam, 3 giorni in Cambogia, 9 giorni alle Maldive.

Preparo la valigia e ci ritrovo oggetti che non mi appartengono…zaino, antizanzare, medicine, k-way (io?? Sotto la pioggia senza ombrello??). E poi ci metto cose che non so neanche se userò: trattamenti per il viso, trucchi, accessori per il fitness, e tutte quelle comodità che forse rimarranno sul fondo della valigia…quella valigia che verrà aperta e richiusa mille volte.

Ripercorro l’itinerario del viaggio:

Partenza da Milano Malpensa, scalo ad Abu Dhabi, scalo a Bangkok, arrivo 48 ore dopo la partenza, a Vientiane (Laos). Dicono che i laotiani siano gentili e carinissimi, dicono che avremo una guida parlante inglese perché italiana è difficile da trovare, dicono che i pagamenti si effettuano in dollari americani ma vanno benissimo anche gli euro. Quante cose che dicono!

Vientiane, la capitale del Laos, al confine con la Thailandia. Luci, luci e lanterne ovunque! E rossa…rossa, arancione, senape…senape e calda! Così la sogno la notte, e già la amo. Seconda città: Luang Prabang. Me la immagino ricca di colori, piena di gente in costume locale che si riversa nelle strade, non vedo l’ora di visitarla.

E poi il Vietnam, quanto ci ho fantasticato! Vorrei dire alle persone che il Vietnam non è più posto di guerra, non fa più paura, non è più tabù. Prima tappa: Hanoi, la capitale. So che è una metropoli, non so come me la aspetto. Ascolto mia madre dire che si ricorda di averla sentita nominare spesso ai telegiornali, quando era ragazzina; io, prima di organizzare questo viaggio, non sapevo neanche quale fosse il suo nome.

Dopo Hanoi, ci sarà una crociera con una notte a bordo della nave, nella baia di HaLong: vedo foto su instagram, e rimango a bocca spalancata. È lei, la baia di HaLong, che mi ha fatto scegliere questo viaggio.

Da qui, si passerà a Hoi An: la chiamano la città delle lanterne ed è la storia più romantica che abbia mai sentito! E’ il posto che più di tutti ho voglia di visitare, e so che sarà il mio preferito…lo è già!

Huè e la città imperiale: la voglio immaginare grigia e verde, come un enorme parco fatto di erba, piante ed edifici e strade e muretti. Sì, erba verde e strade grigie.

E poi Saigon, altrimenti detta Ho Chi Minh City: beh, lei è rossa come il sangue, lei ha una storia da raccontare, una storia di lacrime sofferenza e disperazione, ma anche di vittoria e risalita. Lei, più di tutte, mi racconterà di guerre, di speranze, e di conquiste politiche. Lei mi darà una lezione di vita.

Dopo aver visitato il Vietnam, sarà la volta della Cambogia: Phnom Penh, la capitale. Ecco, la Cambogia me la immagino fatta di Buddha e di pietra, di colore marrone come la terra bruciata e verde come il muschio, piena di paesaggi zen e di natura, traboccante di credenze.

Siem Reap e Angkor: templi, templi e ancora templi, e foresta, e bambini che vendono i fiori. Arte e scultura come non ne ho mai viste. Lei è più marrone di tutte, marrone come i suoi templi visti da lontano, visti nelle fotografie. Ah, le fotografie! Ne farò mille, diecimila, centomila! La mia reflex freme!

Ultime, le Maldive: la meta sarà l’isola di Gangehi, situata nella zona nord dell’atollo di Ari, così lontana dalla capitale Male, da essere raggiungile solo in idrovolante. Sfumature tenui, mare, spiaggia, cocco e pesci tropicali…chissà se le cartoline sono fedeli!

Chiudo i vestiti nella valigia, e i sogni nel cassetto…presto scoprirò se le emozioni suscitate dall’organizzazione di questo viaggio saranno soddisfatte.

 

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Dear Diary: Thailand vol. IV

Partiamo alla volta di Chiang Mai la mattina presto:
biglietto del treno fatto,
la nostra tipica colazione tailandese (yogurt, banana e succo di frutta) fatta,
puntate di Narcos preventivamente scaricate
… siamo pronti per le 9h di treno che ci aspettano.

Nonostante le infinite ore di viaggio, consiglierei anche a posteriori di fare la tratta con il treno invece che con qualsiasi altro mezzo. E’ una sorta di oriental express che attraversa tutti i paesini, costeggia immense foreste e piantagioni di ogni genere. Il treno e’ attrezzato con colazione, pranzo, merenda e cena e ti da la possibilita’ di incontrare altri turisti sul vagone dedicato ai viaggiatori (il 9).

Ci tengo a sottolineare l’organizzazione che hanno avuto nel trasformare un semplice spostamento in una vera e propria esperienza positiva: alla stazione dei treni, una volta fatto il biglietto, e’ pieno di personale tailandese che ti chiede dove sei diretto e ti accompagna letteralmente al binario  corretto. Una volta saliti in treno siamo stati coccolati da una signora tailandese che ci ha prontamente offerto the/caffe/succhi/acqua. Nulla di paragonabile ai nostri regionali che attraversano l’intera italia e che se sei fortunato ti portano almeno a destinazione, altrimenti nemmeno quello (scusate lo sfogo).

Passiamo il viaggio alternando nasi attaccati al finestrino a puntate di Narcos, le piantagioni viste da vicino e quelle di Pablo, la poverta’ fuori dal vagone e quella della Colombia. Arriviamo in serata a Chiang Mai e alloggiamo qui, dove ci fermiamo due notti. Decidiamo subito di organizzarci le giornate con attivita’ che avevamo visto di poter fare solo a Chiang Mai, un po’ per il contesto e un po’ perche’ essendo fuori dalle zone prettamente turistiche avremmo potuto calarci un po’ di piu’ nella realta’ tailandese. Dopo aver adempiuto al nostro “dovere organizzativo”,  andiamo a cenare al Night Market ( a differenza di quello di Ayutthaya con un po’ di gente per strada! se non sai di cosa sto parlando, clicca qui)

Il primo giorno a Chiang Mai mi ha regalato una delle esperienze che mai dimentichero’ per tutta la vita (il contatto con cui abbiamo organizzato e’ qui).
Iniziamo la giornata con una escursione nella giungla. Partiamo di buon ora con un furgoncino che ci porta all’inizio del nostro hiking selvaggio con una guida a dir poco eccezionale. Essendo in pochi ha infatti la possibilita’ di spiegarci tutto quello che ci circonda: frutti, animali, peculiarita’ della zona e meterologia locale. Dopo poco piu’ di un’ora di cammino arriviamo a destinazione sfatti e bagnati come se avessimo fatto una doccia. Si, esatto, “come se avessimo fatto una doccia” e invece era tutto sudore. Ad accoglierci alla fine del nostro calvario c’e’ pero’ una cascata con una pozza dove poter fare il bagno. Senza pensarci due volte (va beh, io un po’ ci ho pensato per via dell’acqua torbida) ci buttiamo nella pozza d’acqua fresca che sembra la cosa piu’ bella mai vista, dopo la visione dell’acqua fresca in bottiglia. Scendiamo leggermente per raggiungere la nostra seconda attivita’: rafting. Indossiamo elmetto e giubbotto di salvataggio, mettiamo il gommone in fiume e partiamo per gli 8 km di navigazione tra sassi, mulinelli d’acqua, salti e paesaggi da “Il Libro della Giungla”.
Dopo 40 minuti di pagaiate arriviamo nella casa – campo base: fondamentalmente una casa privata, utilizzata come appoggio per poter mangiare e fare da collegamento con altre attivita’ tra cui il santuario degli elefanti e il giro sul Quad.
Ci viene offerto un pranzo semplice ma fatto con amore: alimenti unici e locali, verdure fresche e curry divino.
Subito dopo pranzo saliamo nel cassone di un fuoristrada e veniamo portati nell’oasi degli elefanti.

AVVERTIMENTO: non affidatevi a qualsiasi ente vi capiti a tiro. Spesso gli elefanti vengo picchiati, maltrattati semplicemente per poter essere utilizzati come attrattiva per i turisti. Informatevi prima di acquistare qualsiasi tipo di tour o esperienza con questi splendidi mammiferi.

Nel nostro caso si trattava di una pensione per elefanti. Questa famiglia composta da 3 ragazzi e i genitori, si occupano in tutto e per tutto dei 3 elefanti che nutrono e curano quotidianamente. Nonostante la poverta’ in cui vivono questa famiglia paga l’equivalente di 1000€ a elefante al mese per poterlo nutrire e curare. Gli animali in questo contesto sono infatti completamente liberi, giocano con i ragazzi nell’acqua come veri amici, sono sereni e non subiscono alcun tipo di maltrattamento. L’esperienza e’ qualcosa di unico e irripetibile.

Dopo le mille attivita’ della giornata decidiamo di farci un ultimo regalo: un massaggio tailandese rilassante.

CONSIGLIO: assolutamente da fare almeno una volta, se non potete andare fuori Bangkok scegliete almeno un centro vero e proprio, non i massaggiatori che trovate lungo le strade.

Per il secondo giorno a Chiang Mai decidiamo di imparare qualcosa della cultura locale, ci affidiamo quindi a AsiaScenic per fare una mezza giornata di cucina tailandese nella loro farm.

CONSIGLIO: anche se prenotate la mezza giornata, il corso durera’ fino almeno le 15 di pomeriggio. Non fate come noi che pensavamo di poter dedicare la mattina fino al massimo a pranzo e poter ripartire alle 15 verso una nuova destinazione. Abbiamo perso l’unico pullman della giornata che ci avrebbe portato a Chiang Rai e abbiamo dovuto prendere un nuovo volo per Phuket (con partenza Chang Mai e non Chang Rai) e una  stanza per la notte in piu’ (fortunatamente Rainforest aveva ancora una camera disponibile).

Il corso di cucina e’ stato un’esperienza a 360 gradi: dal mercato e la descrizione degli ingredienti base alla farm che ci ha ospitati. Un sistema completamente autosufficiente di colture, bisogni e servizi soddisfatti dal cerchio che questi tailandesi hanno creato per vivere e sopravvivere senza l’aiuto di fattori esterni. In questo contesto abbiamo imparato a cucinare alcuni piatti tipici della cucina tailandese, tra cui l’immancabile riso al curry.

Avendo perso qualsiasi mezzo per poter andare a Chiang Rai, decidiamo quindi di rilassarci con un bagno in piscina e goderci l’ultima serata a Chiang Mai.

 

Dear Diary: Le domande pre partenza

Ho pensato a che cosa mi sarebbe piaciuto sapere prima di andare in Tailandia. Ma soprattutto, ho pensato di scrivere e dare delle risposte a quelli che erano i miei dubbi pre partenza.

CI SARANNO POSTI PER CARICARE IL TELEFONO?

Assolutamente si, tra l’altro la presa italiana si adatta perfettamente a quella tailandese senza l’uso dell’adattatore.

CI SARA’ IL WIFI O DEVO COMPRARE UNA SIM?

Il mio consiglio e’ di fare la Sim quella da 30 giga direttamente all’interno dell’aeroporto. Il Wifi c’e’ ma solitamente e’ lento e come raccontato nel secondo post, i tassisti solitamente vanno a braccio, meglio avere il navigatore a disposizione ( ci ha salvati parecchie volte!).

QUANTI PACCHI DI SALVIETTINE DOVRO’ PORTARE?

Prima di incontrare il mio ragazzo pensavo che il mio approccio al mondo “igiene” fosse del tutto normale. Normalmente se devo muovermi mi porto dietro le salviettine per me, quelle per i cani e quelle intime. In questo caso mi sono portata 3 pacchi di salviettine normale, due di intime e l’amuchina. Nella mia testa c’era l’idea di un paese povero e quindi anche sporco. E invece no. Stupita da tanta pulizia, ho cominciato a fare una classifica comparata, e il risultato e’ stato questo:

6^ e ultimo posto: bagni dei treni

In questo caso devo essere molto severa, sono sporchi come quelli italiani. L’unica differenza e’ che sono alla turca e non rischi di toccare bordi contaminati mentre cerchi di centrare il buco facendo matrix in un cubo di 1 metro quadrato.

5^ posto: Servizi pubblici non a pagamento

Ho utilizzato uno di questi bagni durante il giro al floating market (il mercato galleggiante) e potrebbe essere paragonabile ai nostri bagni degli autogrill (quelli piccoli che non hanno le faccine post pipi’ experience e che quindi non se li caga nessuno).

Anche in questo caso lo stile pipi’- matrix e’ NECESSARIO per la sopravvivenza.

4^ posto: Bagni bar sulla spiaggia (libera)

Siamo vicini al podio e il livello di igiene si intensifica.

I bagni in questo caso vengono puliti regolarmente. Normalmente vengono distribuiti quei fantastici fogli di carta pre tagliati che servono per coprire l’asse. Cosi’ puoi fare matrix con livello 3/10 di snodatura, lasciare zaino o borsa appesi sul retro della porta senza aver paura di metterti poi sulla schiena chissa’ che batteri.

3^ posto: Bagni ristoranti low budget

Primo gradino del podio e abbiamo dei bagni che riportano addirittura come ci si deve lavare le mani. Della serie: siamo puliti e ti insegnamo ad esserlo. Paragonabile ai nostri ristoranti quotati su tripadvisor con €€ (medio alti)

2^ posto: Bagni ristoranti  medium budget

Livello di pulizia: bagno a casa di amici che puliscono prima di avere ospiti. Ancora mi domando come sia possibile, sicuramente passano due o tre volte a serata per pulire e rinfrescare l’aria.

1^ posto: Bagni pubblici a pagamento (10 centesimi)

Standing ovation sulle note di happy! Nel bagno in cui siamo stati c’era letteralmente la canzone di Pharrel ripetuta a nastro. I bagni sono puliti come nella pubblicita’ dell’anitra wc, c’e’ un inserviente che passa a pulire il bagno appena esci (non subito mentre ti lavi le mani, ma dopo, appena varchi la porta). L’aria condizionata rende l’esperienza mistica, il profumo di muschio placa l’ansia anche ai piu’ maniaci del pulito.

Ci troviamo indiscutibilmente di fronte alla stella Michelin dei wc.

CHE SCARPE PORTARE?

In 15 giorni abbiamo usato 14 giorni i sandali Birkenstock, in camera le infradito normali e un giorno abbiamo usato gli scarponcini bassi perche’ abbiamo fatto hiking nella giungla. Con il senno di poi porterei comunque queste tre scarpe.

COME FACCIO A PORTARE A CASA TUTTI I SOUVENIR CHE COMPRERO’?

Preparatevi perche’ sto per condividere un’idea del tutto geniale.

Preambolo: siamo partiti con uno zaino da 8kg in stiva e un marsupio a testa. Siamo tornati con 16.5kg di zaino in stiva, un nuovo zaino come bagaglio a mano e l’inseparabile marsupio. Se ve lo state chiedendo, si i 16.5kg erano a testa.

Vi state chiedendo come sia possibile?  Tanto allenamento pre partenza!

Come mai cosi’ tanti kg? Abbiamo comprato piatti, bicchieri, cucchiaini, vassoi, teiere, regali per genitori/sorelle/fratelli/nipoti/amici, lampade e amache. Insomma, tutta roba a cui non potevamo assolutamente rinunciare.

Come avete letto nel primo post il mio zaino e’ stato un umilissimo 60L. A Bangkok ho pero’ trovato uno zaino che volevo assolutamente comprare perche’ in italia per 15€ potrei comprarne solo una bretella. L’ho quindi riempito e attaccato le bretelle sulla chiusura del mio zaino da 60L. Se vi state immaginando la scena, fondamentalmente avevo uno zaino su un altro zaino. In aeroporto avrei dovuto dichiarare due bagagli in stiva, ma ecco l’illuminazione: prendete l’antipioggia e coprite entrambi gli zaini, andate dall’incelofanatore di valige e fategli gli occhi dolci, fatevi incelofanare i due zaini che cosi’ sembreranno un unico bagaglio, pronto per essere spedito in stiva!

SOLDI: QUANTI, COME E DOVE LI CAMBIO?

Anche in questo caso abbiamo cambiato i primi soldi direttamente in aeroporto. Avevamo 250 euro che abbiamo cambiato in bat in modo da poter star tranquilli almeno per i primi giorni. Ci sarebbero tra l’altro serviti per poter pagare il taxi che ci avrebbe portato a Bangkok, il primo cambio e’ stato quindi una necessita’.
Normalmente abbiamo poi prelevato agli sportelli ATM con qualsiasi carta, e pagato hotel/escursioni con la carta di credito. Anche se in banca dovessero dirvi diversamente (come avevano detto a noi), all’estero prendono solo ed esclusivamente circuiti Mastercard e Visa, quindi se avete Bancomat/Maestro/V-Pay potrete solo prelevare ma non pagare direttamente ai pos.

Videotelling

Dear Diary: Thailand vol. III

Volume III  →  Ayutthaya

Durante il secondo giorno a Bangkok abbiamo cominciato a informarci su come poter raggiungere Ayutthaya il giorno seguente. Ci siamo affidati ad una delle tante agenzie di viaggio UFFICIALI (la nostra era su Khao San Road) che per pochi bath ci ha organizzato prima il pulmino e poi il pullman per Ayutthaya. La partenza era prevista per le 8.30 e l’arrivo verso le 11.30.  Il terzo giorno siamo quindi partiti alla volta dell’antica capitale thailandese.

Arrivati nell’antica citta’ siamo andati a posare i bagagli (qui) e abbiamo affittato due biciclette per 50 bath (1,50€ per tutto il giorno). Perche’ girare con la bici?
Ayutthaya e’ un immenso parco di rovine, statue, templi ed elefanti che camminano per la piccola cittadina. Abbiamo scelto la bicicletta perche’ dopo 2 giorni non ci sentivamo ancora sicuri a guidare lo scooter in uno stato con “la guida al contrario” ma volevamo comunque poter percorrere piu’ km di quanti avremmo mai potuto fare andando a piedi.

Pedalando in una delle giornate piu’ calde dell’intera vacanza, abbiamo ficcato il naso nel:

  • What Phra Si Sanphet
  • Wat Mahathat ( dove si trova la testa del buddha incastrata tra le radici di un albero)
  • Wat Chaiwattanaram
  • Wat Phanan Choeng

Come avrete ormai capito, non amo troppo le descrizioni sterili, ecco perche’ ho deciso di raccontare la nostra giornata in una maniera un po’ diversa, si potrebbe dire anche piu’ personale. Se la giornata potesse essere un flusso di pensieri , sarebbe qualcosa di simile a questo:

bici con ruote sgonfie, caldo atroce, templi belli bellissimi, andre alla ricerca dell’ombra che non c’e’, cocco ed altri rimedi, i gabinetti a 5 centesimi hanno l’aria condizionata e ripetono a nastro “happy” di Pharrel Williams, i passi soffici degli elefanti sull’asfalto, non passare nel fango con la bici perche’ non e’ fango ma cacca e con il caldo puzza ancora di piu’, perdere il lucchetto, cercare di comprare un lucchetto nuovo andando in giro con la foto sul telefono manco fosse un desaparecido, trovare un lucchetto alle 15.30 e poter finalmente andare a mangiare, baciarsi in un posto probabilmente sacro e farsi insultare da tutti i bambini che gridano “no, no, no” con sguardi sconvolti, scoprire di aver lasciato l’aria condizionata accesa in camera e passare da 40 gradi esterni a 5 gradi, night market che alle 9 di sera chiudono, cani, altri cani, tanti cani randagi che non ci fanno tornare a casa, panico, bussare a casa di uno per cercare di farsi riportare al resort, persona nella veranda che affila una sega, pick up che finalmente ci porta a casa.

 Suggerimenti utili:

  • abbiamo mangiato pranzo in un posto super pulito, con personale estremamente cordiale e una cucina ottima ⇒ Busaba Cafe’
  • dopo le 20.30 ad Ayutthaya non girano nemmeno i taxi e tuk-tuk. Se volete andare in centro, organizzatevi anche il ritorno perche’ difficilmente riuscirete a trovare un passaggio.
  • CANI: e su questo argomento vorrei aprire delle parentesi graffe (non tonde, non quadre ma si, addirittura graffe). Di giorno vedrete cani randagi dormire in ogni angolo della citta’, letargici e innocui; di notte non li vedrete nemmeno, sentirete solo i ringhi (al plurale perche’ sono solitamente in branco) all’imbocco di ogni via che vorrete percorrere.